giovedì 24 aprile 2008

Dj ShaDoW & WoNg KaR Wai: Six DayS


- Luglio 2004: Seduto su di un vecchio divano color tessuto, leggevo le mie solite brochure cinematogrifiche che, nelle scottanti mattine estive di una Trieste quasi abbronzata, rappresentano le poche pillole di cultura che uno studente assonnato è disposto ad ingoiare. Nel salotto non c'era lo stereo, solo cd polverosi e una vecchia tv che mi concedeva un pò di Mtv.

I libri e le loro pagine erano ventagli contro i sensi di colpa; soffiavano sul collo quando, appesantiti dal sudore, smettevano di fissarti, immobili, sotto gli occhi, tra le dita. Accarezzato dal vento, cartaceo e afoso, me ne stavo addormentato sotto la croce d'ombra della finestra quando, improvvisamente, delle immagini un pò confuse e un ritmo inaspettato mi sorpresero in un dormiveglia surreale. Sguardi eleganti e abbracci voluttuosi, parole "cristalline" che interagivano con i corpi degli amanti:

"Tomorrow never comes until it's too late...."

Cazzate a parte, son passati quasi quattro anni da quando, per la prima volta, ascoltai quel fottuto genio di Dj Shadow. Non capivo, ma quel beat straordinario e coinvolgente era qual cosa di meraviglioso, un viaggio onirico che solo chi concepisce un album come Entroducing può regalare. They were my first Six Days.





- Aprile 2008: Ho visto il nuovo film di Wong Kar Wai, My Blueberry Nights.
Inconfondibile sguardo intimista che tra luci soffuse e locali fumosi ci regala un'esperienza visiva che va oltre la dolcezza passionale delle inquadrature e il calore seducente dei ralenti. I flou e movimenti di macchina ipnotizzano, incantano, giocano con lo sguardo di chi si perde nella contemplazione di questo Bacio Romantico, allegoria di un'ellissi temporale che mi riporta indietro nel tempo, quando al bacio di Norah Jones e Jude Law si preferivano le carezze e le labbra di Chang Chen e Danielle Graham.
Un Déjà vu romantique insomma, non capivo ma quel bacio iconico, leggero e complicato, lo avevo vissuto anni fa, quando, in una calda mattina d'estate m'innamorai di un regista cinese, di un Dj californiano e del loro bacio romantico.



Questione di equilibrio

Six Days è uno stupendo video-musicale frutto dell'incontro di due grandi artisti. Un piccolo gioiello, una ricerca stilistica che nella fluidità suono-immagine trova il suo punto di forza, un risultato visivo assolutamente originale.
Shadow si affida a Wong Kar Wai, uno dei suoi registi preferiti, per tradurre in immagini le suggestioni del leitmotiv: "...Tomorrow never comes until it's too late..."
Wong Kar Wai, che è un fun di Shadow, si avvale del celebre direttore della fotografia Christopher Doyle per tentare di creare un videoclip dalle atmosfere notturne e ossessive.

Un regista ambiguo, misterioso, dalle forme sensuali e mutevoli.
Un Dj eclettico, immaginifico, dal suond ricco e sofisticato.
Questo è Six Days.

Songwriter, american music producer, figura di spicco nello sviluppo dell'hip hop strumentale:
http:///www.djshadow.com

lunedì 21 aprile 2008

SoDasTReAm: HeAveN oN The EarTh


O Solitude! If I must with thee dwell

Perth, Australia dell'Ovest, Gennaio 1997: nascevano i Sodastrem, uno dei gruppi più influenti della scena indie-rock. Da più di dieci anni ci regalano atmosfere fiabesche e melodie suggestive in cui archi e voce trovano un equilibrio straordinario. Il duo australiano, scoperto da John Peel sin dai tempi dei primi Ep, possiede un'anima lo-fi dalla dolcezza acustica incantevole e ammaliante.

In questo bellissimo video il lirismo delle immagini sembra contemplare la semplicità dell'intreccio e la malinconia degli accordi. Heaven on The Earth; un'affresco folkeggiante, un'intimo grido di silenziosa solitudine.

O Solitude! If I must with thee dwell



O Solitude! If I must with thee dwell

Karl Smith (chitarra acustica, pianoforte, armonica, voce) e Pete Cohen (basso, contrabbasso), in arte Sodastream.

"...ma, in ogni caso, forse preferisco suonare le canzoni con una maggior dinamica musicale, [...] dove posso davvero dimostrare ciò che può fare il contrabbasso, da strumento quieto e gentile, che sostiene la melodia e il ritmo, a strumento che può urlare e stridere per il dolore e il dispiacere. E' proprio ciò che amo del mio strumento..."
Pete Cohen.

Buona Visione

mercoledì 16 aprile 2008



E' raro, in quest'epoca di incertezze trovare la classica "opera monumentale".
L'idea stessa di "monumentale" ci rende più inquieti che curiosi. Breve è bello, e in una realtà sempre più complessa e interconnessa, lo sforzo di entrare nelle profondità di tematiche scivolose come ghiaccio sembra quasi una fatica di Sisifo, con l'aggravante dell'autoinflizione dell'inutile sforzo da parte di chi provi a intraprenderlo.

Non è più tempo dei "De Rerum Natura", dei sistemi kantiani o dei libri troppo voluminosi, Foucault è morto da un pezzo, e con lui chi si prendeva la briga di studiare le archeologie e le microfisiche del potere e delle relazionie nel breve lasso di tempo che intercorre tra lui e noi il mondo è cambiato più di quanto molti si sarebbero potuti aspettare.
Tutto è più veloce, più compresso e dove c'è compressione non c'è posto per troppe pagine (e spesso,nemmeno per troppe idee).


Per fortuna nessuno deve aver avvertito William T. Vollmann di questa direzione che hanno preso le cose della letteratura, dal momento che mi sono trovato tra le mani l'incredibile "Come un'onda che sale e che scende" (e qui sono dovuti i ringraziamenti a Riccardo che me l'ha portato...), circa 950 pagine di pensieri su violenza, libertà e misure d'emergenza. E questo nell'edizione tradotta in italiano, che è una versione ridotta di quella originale composta di ben sette volumi...

Dalla prefazione veniamo a conoscenza che la tesi fondamentale dell'opera è che i valori morali possano essere trattati per certi versi come assoluti, per altri come relativi.

Cito volutamente questa descrizione ipersemplificata che a prima vista potrebbe apparire leggermente banale, come uno che cerchi di giustificare contemporaneamente due posizioni opposte, o che cerchi di definire scientificamente ciò che definibile non è.

In realtà il viaggio attraverso cui ci accompagna, ci permette di vedere attraverso i suoi occhi, dandoci il privilegio di osservare dietro-le-quinte aspetti diversi di società e individui diversi che gravitano tutti intorno alla parola violenza.
Riflessioni personali, citazioni e ricostruzioni di epoche passate, parole di accusa, rivendicazioni, brandelli di vita e di carne che ci scorrono davanti, vanno tutti a formare un quadro, che per quanto mobile e incostante, esplode di significati a ogni nuova pagina.

L'impressione che mi ha creato, più che un'onda (che è sicuramente l'immagine più poetica...), è quella di una montagna russa, sulla quale ci troviamo noi e lui.
La struttura della giostra, i "calcoli morali" come li chiama Vollmann, che sono molto simili tra loro, e a leggerli tutti elencati, non sono poi cambiati molto dagli inizi della società, ruotano e ci vorticano intorno, o forse siamo noi a muoverci intorno a loro, che in base alle bocche che li citano, diventano ultimo baluardo della difesa della propria vita o giustificazione delle peggiori e insensate atrocità.
L'autore ci accompagna in ogni angolo del mondo e del tempo, dall'arrivo di Cortéz in Messico, alla guerra di secessione americana, dalla Sarajevo paralizzata dai cecchini alle dekulachizzazioni sovietiche, da ogni episodio, da ogni rivoluzione, da ogni stupro e assassinio emerge un movimento oscillatorio che toglie la terra da sotto i piedi lasciando come unica certezza il dolore di chi la violenza la subisce.






COME UN'ONDA CHE SALE E CHE SCENDE


WILLIAM T. VOLLMANN


"STRADE BLU" MONDADORI


prima edizione italiana MARZO 2007


22 EURO (ed è veramente un piccolo prezzo per ciò che ne otterrete)




BUONA LETTURA A TUTTI

lunedì 14 aprile 2008

WeRNeR HerZoG: LeTztE WoRTe


"...Non dirò niente, non voglio dire nemmeno no, è la mia ultima parola..."



Ultime parole (Letzte Worte) è un documentario di Werner Herzog. Realizzato nel 1967, è stato girato in pochissimi giorni tra l'isola di Creta e l'isola di Spinalonga. Il cineasta si trovava in quei luoghi per le riprese del suo primo lungometraggio, Segni di vita (Lebenszeichen).




Letzte Worte (Ultime parole), 1967
Germania, 12’45”, b/n
Regia: Werner Herzog, Soggetto: Werner Herzog
Sceneggiatura: Werner Herzog, Fotografia: Thomas Mauch


...Uno sguardo sull'anziano suonatore di cetra...

Un'isola, quella di Spinalonga, un tempo usata come lebbrosario. La non-storia dell'unico abitante, superstite(?) di questa realtà, le radici umane (l'anziano suonatore per anni si era rifiutato di lasciare l'isola) violate dalle autorità (l'uomo, costretto ad abbandonare l'isola, si troverà realmente a vivere in un paese con l'unica cosa che gli rimane; la sua cetra).
L'anziano suonatore rappresenta l'deale paradosso, follia-realtà, della cinematografia di W. Herzog. L'uomo suona ma si rifiuta di parlare, un rifiuto che diventa appunto paradosso dell'assurdo quando inizia a ripetere "..non dirò niente di niente, non voglio dire nemmeno no, è la mia ultima aprola..".
Il surrealismo che caratterizza tutta la pellicola, dall'affabulazione del linguaggio alla forza evocatrice della fanatsia, sarà presente in tutta la cinematografia del regista bavarese.

Assurdo, immaginifico, spiazzante; Herzog continua a sconvelgere e chiudere le porte del reale.
Noi, invece, continueremo ad aprire gli occhi al suo cinema.

Buona Visione

venerdì 11 aprile 2008

PaOLo GiOLi: L'UndErgRouNd ItAlianO

"Frammento nudo", 1979,
Polaroid Polacolor type 809 stenopeica immagine filtrata
attraverso tela, cm 20x25, su carta da disegno cm 35x25

Si sa che lo schermo prima di essere "schermo" (lo schermo che conosciamo) è prima di tutto un rettangolo. Cioè un quadrato schiacciato a punte dolci, qualcosa di un quadrato, comunque un quadrato che deve essere stato sofferente o aver subito qualcosa, o un quadrato allungato a riposo che ha subito pure qualcosa. Allungato per anomalia, o corpo geometrico celeste per vocazione (non si saprà mai) mai certamente fa supporre che qualcosa stia per diventare quadrato. Lasciato per il momento il proposito di farlo diventare qualcosa che assomigli al quadrato mi insinuo allora nel proposito di farlo rimanere il rettangolo che è, vale a dire "schermo". Si sa che lo schermo da quando è "schermo" si spegne, rinasce si rispegne e ricompare più rettangolo di prima per rimanere perturbato e fagocito di altri rettangoli. E così all'infinito. Stabile, pressochè stabile, sfarfallante ma stabile è per questo riapparire e riscomparire stando fra la cadenza del pasto e del sonno, la nuova regola celeste. Come rettangolo "luminoso illuminato", come supporto alla regola della contemplazione, si dimostra come la figura geometrica più contemplata dall'inizio del secolo. Appunto, questa dolce figura dagli angoli dolci, trasparente di una luce che non è sua ben simulata come luce propria, sospesa a geometria come finestra giacente, aspetta in contemplazione, di intravvedere segni che ci si sarà preoccupati di inviare.
Paolo Gioli, 1970



"Volto telato" 2002
Video digitale bianco e nero, DVD, sonoro, 2'48"
Computer: Carlo Borsani

Questo video digitale parte da una idea di trasferire in film tutte le immagini fotografiche realizzate con la cosiddetta tecnica del fotofinish. In attesa di completarlo, ho ripreso a passo-uno con camera digitale, i volti e loro trasformazioni subite con il fotofinish, trasferendole per poi "agitarle" in animazione in un'unica sequenza, dentro il computer. Questa agitazione strappata alla fissità fotografica, manomessa daintersezioni di oggetti combinati ai volti-avvolti; il passare dalla quiete fissa, alla parossistica interferenza e sussulto animatorio del violoncello di Bach.
Paolo Gioli


Abbiamo scelto Volto Telato perchè rappresenta un punto di partenza alternativo per avvicinarsi allo sperimentalismo del poliedrico Gioli. Perchè alternativo? Stavolta la domanda la giriamo ai nostri lettori, sperando che le curiosità suscitate dalle nostre proposte stimolino quella "recherche" a noi tanto cara.

Sedetevi, rilassatevi e abbbandonatevi all'ipnotico cinema di Paolo Gioli.

Buona visione

Pittore, fotografo e cineasta, un'artista complesso e misterioso:
http://www.paologioli.it/

martedì 8 aprile 2008


Sana’a 18 ottobre 1970.

...rimangono pochi metri di pellicola...

Alla fine delle riprese del Decameron, primo film della "trilogia della vita", Pasolini gira un'indimenticabile esempio di denuncia sociale. Suggestioni arcaiche, immagini bellissime; uno spettacolo visionario di rara potenza espressiva. "Documentario in forma di appello all’Unesco", intimo grido d'allarme per l’antica e straordinaria capitale dello Yemen del nord, minacciata di essere distrutta.

“Era l'ultima domenica che passavamo a Sana'a, capitale dello Yemen del Nord”, disse Pasolini. “Avevo un po' di pellicola avanzata dalle riprese del film. Teoricamente non avrei dovuto possedere l'energia per mettermi a fare anche questo documentario; e neanche la forza fisica, che è il requisito minimo. Invece energia e forza fisica mi son bastate, o perlomeno le ho fatte bastare. Ci tenevo troppo a girare questo documento. Si tratterà forse di una deformazione professionale, ma i problemi di Sana'a li sentivo come problemi miei. La deturpazione che come una lebbra la sta invadendo, mi feriva come un dolore, una rabbia, un senso di impotenza e nel tempo stesso un febbrile desiderio di far qualcosa, da cui sono stato perentoriamente costretto a filmare […] Ma è chiaro che se volessi veramente ottenere qualcosa, dovrei dedicare a questo scopo la mia intera vita. Son cose che qualche volta si pensano ma poi non si fanno. Frustrazione terribile, ma consolata dal pensiero che ci sono persone che, in realtà, per mestiere dovrebbero occuparsi di questi problemi e che dunque la responsabilità è dovuta a loro […] Ma intanto ogni giorno che passa è un pezzo delle mura di Sana'a che crolla o vien nascosto da una catapecchia 'moderna'. […] È uno dei miei sogni occuparmi di salvare Sana'a ed altre città, i loro centri storici: per questo sogno mi batterò, cercherò che intervenga l'Unesco".



Le Mura di Sana'a
Fotografia Tonino Delli Colli; Montaggio: Tatiana Casini Morigi;
Produzione: Rosima Amstalt; Produttore: Franco Rossellini;
Pellicola Kodak Eastmancolor; Formato: 35 mm, 13 minuti, colore;
Macchine da presa: Arriflex; Riprese: domenica 18 ottobre 1970,
esterni Sana'a (Yemen del Nord), Adramaut (Yemen del Sud);
Regia: Pier Paolo Pasolini.

La voce narrante è dello stesso regista, che, in un commosso e personale commento, si appella all'Unesco affinchè protegga quelle bellezze, le conservi e le salvaguardi quali patrimonio storico-culturale dell'intera umanità: «Ci rivolgiamo all’Unesco perché aiuti lo Yemen a salvarsi dalla sua distruzione, cominciata con la distruzione delle mura di Sana’a. Ci rivolgiamo all’Unesco perché aiuti lo Yemen ad avere coscienza della sua identità e del paese prezioso che esso è. Ci rivolgiamo all’Unesco perché contribuisca a fermare una miseranda speculazione in un paese dove nessuno la denuncia. Ci rivolgiamo all’Unesco perché trovi la possibilità di dare a questa nuova nazione la coscienza di essere un bene comune dell’umanità, e di dover proteggersi per restarlo. Ci rivolgiamo all’Unesco perché intervenga finché è in tempo a convincere una ancora ingenua classe dirigente che la sola ricchezza dello Yemen è la sua bellezza; che conservare tale bellezza significa oltretutto possedere una risorsa economica che non costa nulla, e che lo Yemen è in tempo a non commettere gli errori commessi dagli altri paesi. Ci rivolgiamo all’Unesco in nome della vera se pur ancora inespressa volontà del popolo yemenita, in nome degli uomini semplici che la povertà ha mantenuto puri, in nome della grazia dei secoli oscuri, in nome della scandalosa forza rivoluzionaria del passato».

"Le origini leggendarie di Sana'a, la capitale dello Yemen, risalgono a Sem, figlio maggiore di Noè e capostipite delle popolazioni semite, che un giorno decise di abbandonare il suo paese per trasferirsi a sud. Oltre il Rub al-Khall, il terribile deserto arabico, trovò una terra di alte montagne e valli fertili e decise di fondare una città, Sana'a".

La città vecchia di Sana'a, per le sue testimonianze artistiche, è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità nel 1986.

Ecco alcuni link utili:
http://www.markos.it/yemen/
http://www.yemenembassy.it/paese/sanaa.php


giovedì 3 aprile 2008


Nessuno vuole giocare con me (Mit mir will keiner spielen) è un cortometraggio del 1976 scritto e diretto da Werner Herzog, eccentrico visionario, massimo esponente del cosiddetto "nuovo cinema tedesco".

"Non esistono bambini problematici, solo genitori problematici."
Werner Herzog



La storia di un bambino che viene escluso dai suoi coetanei. Emarginazione e diversità. La triste realtà di questa piccola vita trasandata e trascurata da una pessima situazione familiare: la madre, malata di cancro, è ricoverata in ospedale, il padre, assente e severo, è insensibile alle condizioni igieniche del figlio.
La sofferta solitudine viene interrotta solo da una bambina capace di regalare ciò che i compagni di scuola gli negano: l'amicizia.


MIT MIR WILL KEINER SPIELEN – Nessuno vuole giocare con me
1976, Germania, 14 minuti, 16 mm, colore
Versione originale con sottotitoli
regia: Werner Herzog
soggetto e sceneggiatura: Werner Herzog
fotografia: (Kodak ektachrome, 16 mm.): Jörg Schmidt-Reitwein


Il sito ufficiale del regista:

NELLA PIETà CHE NON CEDE AL RANCORE, MADRE, HO IMPARATO L'AMORE.

 

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