lunedì 31 marzo 2008

MOSTRE: La forza del bello


"Graecia capta ferum victorem cepit...".

Oltre venti secoli dopo le parole di Orazio la storia si ripete.

Palazzo Te, a Mantova, ospita infatti dal 29 Marzo al 6 Luglio 2008 "La forza del bello", mostra che ospita oltre 120 opere provenienti da musei europei ed americani che accompagneranno il visitatore in una riscoperta della presenza dell'arte greca sul territorio italiano.

le tre macrosezioni, "Un'Italia greca", "La Grecia conquista Roma" e "Nostalgia della Grecia", affrontano diversi periodi storiciche hanno visto fiorire l'arte greca (dal VII secolo a.C. alla riscoperta quattrocentesca) e presentano un catalogo di opere veramente impressionante che sicuramente renderà questa mostra un evento imperdibile per tutti coloro che già conoscono questo mondo allo stesso tempo vicino e lontano e sicuramente contribuirà a ingrossare le file degli appassionati...


Sede della mostra
Palazzo Te
Viale Te, 13 – 46100 Mantova

Durata della mostra
29 marzo – 6 luglio 2008

Prenotazioni
199 199 111
dall’estero +39 02 43353522
dal lunedì al venerdì ore 9 – 18

Diritto di prenotazione
Tariffa ordinaria: 1,5 €
Tariffa per studenti: 0,5 €

Orari
9.00 – 19.00
(chiusura biglietteria 18.00)

Modalità di visita
La visita della mostra è regolamentata da un sistema di fasce orarie con ingressi programmati.
La prenotazione è obbligatoria per i gruppi e consigliata per i singoli.
Il biglietto di ingresso consente la visita gratuita anche del Museo della Città di Palazzo San Sebastiano (Largo XXIV Maggio, 12).

Biglietti
intero: 10 €
ridotto: 8 €
gruppi superiori alle 15 unità, maggiori di 60 anni, possessori del biglietto di ingresso al Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, possessori MantovaCard, possessori di CardBresciaMusei, soci Touring Club, soci FAI, altre categorie convenzionate
ridotto: 4 €
visitatori tra i 12 e i 18 anni, studenti universitari e disabili
gratuito
minori di 11 anni, un accompagnatore per gruppo, due accompagnatori per scolaresca, accompagnatori di disabili che presentino necessità

Visite guidate alla mostra incluso Palazzo Te
Gruppi (minimo 15 – massimo 25 persone)
in lingua italiana: 160,00 €
in lingua straniera: 180,00 €
La tariffa della visita guidata comprende l’utilizzo delle radioguide.
Per i gruppi con guida propria il noleggio delle radioguide è obbligatorio al costo di euro 30,00 per gruppo.

Scuole (massimo 25 studenti)
in lingua italiana: 100,00 €
in lingua straniera: 180,00 €
Per le scuole non sono disponibili le radioguide.

Progetto didattico
Comune di Mantova - Settore attività culturali:
Associazione Amici di Palazzo Te e dei Musei Mantovani: + 39 338 8284909 +39 346 0450953

Visite serali riservate ed eventi in mostra
Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te: + 39 0376 369198



Il sito della mostra:

www.laforzadelbello.it


Biglietti online:

www.vivaticket.it

sabato 29 marzo 2008

DeReK JaRmAN: The SuPer8 ProGramMe


Pirate Tape (W. S. Burroughs Film)


The Super8 Programme vol.1

Vedendo e rivedendo la produzione in super8 di Derek Jarman si avverte immediatamente questa sensazione di instabilità della materia, di inafferrabilità di un tempo che fluisce e che cerca di essere fermato sotto forma di ricordi frammentari, spesso attraverso un ralenti esasperato e onirico. Dalla trama continua di doppie esposizioni, rifilmaggi, impasti granulosi di luci e colori, ciò che emerge è una coagulazione di una dimensione temporale concretamente vissuta su set estemporanei, casuali e improvvisati, ma in definitiva frutto di stati d’animo, di una predisposizione verso il mondo che Jarman ha quasi sempre rappresentato in forma mitica. Bruno Di Marino, Rarovideo

-Le visioni di un eccessivo e oltraggioso regista, sensibile alle trasgressioni culturali del punk britannico, provocatore e portavoce della questione omosessuale in una nazione di "endemico conformismo".

-Le sfumature sonore degli Psychic TV, un allucinato progetto di video-arte e musica sperimantale che spazia dall'elettronica alla psichedelia.

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Con TG Psychic Rally in Heaven il gruppo denuncia la base consumistica su cui si regge la musica rock. Il tema sonoro nasce dalla confessione di un giovane americano, accusato di violenza carnale e dell’omicidio di una bambina di dieci anni. Avendo al fianco William Burroughs, come guru, Genesis P.Orridge costruisce le sue composizioni con materiali dalla provenienza più disparata. La conclamata tecnica del cut-up dello scrittore fornisce lo spunto di un lavoro che diverrà gradualmente più radicale verso la fine degli anni Ottanta, concentrandosi sugli strumenti del controllo sociale e strizzando l’occhio ai temi della cospirazione. [...] Nel 1983 Genesis P.Orridge, uno degli organizzatori di The Final Academy Event invita William Burroughs a Londra per una serie di incontri presso la galleria B2 di David Dawson, la sala cinematografica Ritzy a Brixton e la discoteca gay Heaven. Queste serate sono il soggetto di Pirate Tape/Film (WSB). Lo scrittore è ripreso mentre esce da un taxi e mentre legge brani della sua opera dietro porte di vetro. Diversamente dai ritratti di amici e personaggi familiari [...], lo sguardo su Burroughs si mantiene distante, in campo c’è lui ma ci sono anche i suoi accompagnatori. “Posso pensare a scrittori grigi? Forse Beckett. Certamente William Burroughs; il primo per le sue opere, il secondo per il suo aspetto. Un gentiluomo sotto il cappello grigio perla. Grigio nella prigionia dell’eleganza sartoriale. Frate grigio, francescano. Eminence grise” (Derek Jarman, Chroma, p. 49). Jarman si era accostato all’opera di Burroughs negli anni Sessanta. Inedito e sconosciuto in Gran Bretagna fino al 1962 quando al festival di Edimburgo la scrittrice americana Mary MacCarthy lo cita come uno dei più interessanti giovani autori americani. Gianmarco Del Re, Derek Jarman, Milano, Il Castoro, 1997

Pirate Tape (W. S. Burroughs Film) 1982,
UK, 16', Super 8mm, Colore.

Buona visione

giovedì 27 marzo 2008

INVERSIONE CIMBRICA-BARBARICA



Ueberraschung!


..freunde
sowohl
freundinnen..





Lo Schiele del digitale? forse no, ma il Taddo di questa foto è veramente da ricordare. Gli scorci di Vienna saranno suggestivi... ma quanta pioggia bisogna sudare per vedere il bel visino del nostro crucco preferito?! servus hochschullehre!
















L'applauso italiano......




L'auge austriaco...




Officinadiaz sarà lieta di ospitare tutti i barbari che per amore del limes lasceranno l'elegante capitale imperiale. Thor e Odin, arrivo e partenza, 8 - 12 Maggio: noi ci saremo.

mercoledì 26 marzo 2008

Cigola la carrucola del pozzo



Cigola la carrucola del pozzo,
l'acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un'immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all'atro fondo,
visione, una distanza ci divide.

(Eugenio Montale)



Dal buio pozzo della memoria a fatica issiamo i tremolanti ricordi: il passato sembra vivo e presente.
Ma il nostro avvicinarsi è interrotto dal deformarsi delle immagini davanti ai nostri occhi, che si allontanano da noi fino a non appartenerci più.
E, d'un tratto, tutto scompare nell'introvabile passato: è l'inesorabilità della dimenticanza.



Ecco un link utile:
it.dada.net/freeweb/eugeniomontale/

lunedì 24 marzo 2008


Inevitabile ritorno di fiamma per tutti gli appassionati dei fratelli Coen.
La singolare coppia di Barton Fink e Fargo porta sul grande schermo
il suo piccolo(?) capolavoro: raffinano lo sguardo,
eliminano "macchiette musicali" e raggiungono la vetta della loro cifra stilistica.
"..coerenza e originalità dei due fratelli divenuti ormai un marchio di fabbrica."
Loro che col fuoco sanno giocare benissimo creano e poi distruggono uno scenario quasi apocalittico, in cui anche lo sceriffo deve arrendersi alle parole di un vecchio Barry Corbin: «Non puoi fermare quello che sta arrivando». Il titolo del film "Non è un paese per vecchi" è il primo verso di una poesia dell'irlandese William Butler Yeats intitolata Sailing to Byzantium.


E' possibile non scottarsi quando è il fuoco a giocare con noi?
E' possibile non sentire quando sono le immagini a parlarci?


"Exploiting Sound, Exploring Silence"*

I Coen s'ispirano al romanzo del Premio Pulitzer Cormac McCarthy,
penna lucida e impassibile da cui prende spunto l'atmosfera della pellicola dei registi: magnifica e spietata cornice di un paese che rappresenta il paradosso del cinema di frontiera. Fedele alla descrizione geografica del romanzo, il film spazia tra il New Mexico e il confine meridionale del Texas.
L'esasperata esaltazione del conflitto d'identità ed il volgare degrado potrebbe risultare una banale interpretazione post-moderna alla Tarantino, ma la farsa è solo una sfumatura di questa tragedia, l'humour nero non è didascalico come le sequenze più inquietanti non rappresentano le semplici punteggiature di questo cinema da brivido. Oltre la violenza coreografica.
Il fim gioca a nascondere la (sua) filosofia, a confondere la (sua) morale, i tempi cambiano ma il nuovo west è il vecchio cimitero del genere western.

Un Teaser perfetto: la voce fuori campo di Ed Toni Bell, un vecchio sceriffo che porta la firma del magnifico Tommy Lee Jones, mentre la regia dei fratelli Coen s'impone come sguardo primordiale del deserto Texano, lluminato dalla suggestioni del direttore della fotografia Roger Deakins, suggerendoci una disillusione all'insegna della morte, immagini asciutte, allegoria di un mondo in cui la violenza è il vero linguaggio della società.


"Exploiting Sound, Exploring Silence"


Una caratteristica fondamentale è rappresentata dall'assenza del commento musicale.
Una colonna sonora che è la summa di quel cinema tout-court fatto di dialoghi e silenzi, inseguimenti e spari.
Una parabola lineare del trionfo silenzioso della violenza e dell'avidità.
Avida è la figura del cacciatore Llewwlyn (Josh Brolin) che per amore del denaro va incontro alla morte.
Violenta è la vendetta della banda dei narcotrafficanti messicani che opera per conto dell'uomo (Stephen Root) ai cui affari si lega tutto il sangue versato.
Sono addirittura tre i protagonisti del film dei fratelli Coen: Ed Toni Bell, Llewelyn e Anton Chigur. Ognuno incarna una personale interpretazione della solitudine.


Lo sceriffo è passione e disincanto, osservatore addolorato, sconforto "intrappolato" dall'impossibilità dell'agire, valori e sentimenti sembrano appartenere ad un passato troppo lontano ed il presente è destinato soccombere sotto il sangue che ha macchiato la sua dignità.


Il cacciatore è la maschera dell'illusione. Si convince senza speranza di poter scampare alla violenza della scena iniziale, ma nella storia non c'è spazio per la felicità: la tragedia si è compiuta. Tutto accade fuori campo, senza la spettacolarizzazione di una regia votata all'eccesso, quello che è necessario è stato mostrato, la crudeltà delle azioni lascia il posto alla solitudine delle illusioni, è questo quello che conta.


Un discorso a sè merita il grandissimo Javier Bardem, eccezionale protagonista nel ruolo di un inquietante killer. Esaustivo a tal proposito risulta l'intervento di Antonio Monda in La Repubblica: "..l'invenzione più affascinante e azzardata è quella relativa al personaggio di Anton Chigurh. Fedeli all'insegnamento di Alfred Hitchcock, secondo cui più è riuscito il cattivo più è riuscito il film, i Coen hanno dedicato la massima attenzione a questo assassino psicopatico, che hanno trasformato nel vero protagonista. Hanno chiamato a interpretarlo Javier Bardem, cui hanno imposto una pettinatura ridicola, che ne accentua la presenza raggelante e, malsana. Chigurh è una raffigurazione del male assoluto e risulta spaventoso proprio grazie alla scelta di farlo agire goffamente: il totale distacco con cui uccide, che si alterna a lampi di furia assassina, ne fanno uno dei malvagi più memorabili della storia del cinema."


Tre grandi attori, tre grandi interpretazioni che lascieranno un
segno indelebile nella storia del complesso, mutevole
e contradditorio cinema contemporaneo.
Otto nomination, quattro statuette e una regia finalmente all'altezza
delle ambizioni dei grandi maestri.
I fratelli Coen ci regalano due ore di puro cinema: pubblico soddisfatto e critica esaltata.
Capolavoro o meno è un film da non mancare.


Ci sembra doveroso segnalare il link, per chi volesse cimentarsi con un articolo in lingua inglese, dove potrete trovare la bella recensione di Dennis Lim pubblicata da The New York Times il 6 gennaio 2008:
http://http//www.mymovies.it/dizionario/critica.asp?id=253769

domenica 23 marzo 2008

Ed è subito sera


Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

(Salvatore Quasimodo)


Ogni vita è tragica solitudine in mezzo agli altri uomini. Aspettiamo invano una luce calda, felice: e l'esistenza ci pugnala il cuore. Infine la morte, buia, cala presto su di noi.

Solitudine.

Dolore.

Morte.



Ecco un link utile:
www.salvatore-quasimodo.it


sabato 22 marzo 2008

La chimera


Non so se tra rocce il tuo pallido
viso m’apparve, o sorriso
di lontananze ignote
fosti, la chinea erbunea
fronte fulgente o giovine
suora de la Gioconda:
o delle primavere
spente, per i tuoi mitici pallori
o Regina o Regina adolescente:
ma per il tuo ignoto poema
di voluttà e di dolore
musica fanciulla esangue,
segnato di linea di sangue
nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
ma per il vergine capo
reclino,io poeta notturno
vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
io per il tuo dolce mistero
io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
fu dei capelli il vivente
segno del suo pallore,
non so se fu un dolce vapore,
dolce sul mio dolore,
sorriso di un volto notturno:
guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
e l’immobilità dei firmamenti
e i gonfii rivi che vanno piangenti
e l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
e ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
e ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.


(Dino Campana)



Espressione di sensazioni, di suoni, di colori e odori; l'intuizione e l'immersione nell'interiorità dei ricordi esplodono in visioni allucinanti e deformate.
La realtà non è conoscibile attraverso la ragione: è l'abbandonarsi alle sensazioni a-razionali che ci permette di percepirla.
La Chimera, l'utopia, il sogno: sono immagini confuse, in una dimensione onirica; una donna, l'illusione, la speranza, si celano nelle suggestioni simboliche create dalle parole.

E tutto è confuso.

Visionarietà, sogno, allucinazione poetica.



venerdì 21 marzo 2008

RADIOHEAD: Un viaggio "In Rainbows"




Capita che a volte si è troppo sordi o ciechi, capita di aver troppo o troppo poco tempo, capita di non aver mai ascoltato i Radiohead.

Peccato.

I Radiohead vanno oltre la musica, superano i rumori dell'arte e precipitano all'interno dei cuori di chi li ascolta, lontani dalle produzioni che hanno l'odore "verdastro" dei dollari, suonano, registrano e producono il loro settimo disco: In Rainbows.
Una svolta che ha pochi precedenti nel mondo della musica, un passo fondamentale nella loro discografia: Il gruppo di Tom Yorke si autodistribuisce direttamente on-line.

Radiohead? Si, grazie.

Nell'infinito mediocre di fine secolo sono arrivate a noi le loro grida strazianti, le loro distorsioni ed i loro eterni, psichedelici e stralunati intervalli temporali a restituirci quel tessuto emozionale che ha contraddistinto tutti i loro album.
Canzoni, le loro, che sotto la piccola(?) etichetta "capolavoro degli anni '90" hanno disegnato i momenti più alti del quadro musicale moderno: da Creep a How To Disappear Completely da Exit music (for a film) a There There. Canzoni squisitamente sentimentali, personali evocazioni che aprono, che lo si voglia o meno, un'autentica porta all'onirico mondo del "suono".

Con "In Rainbow" le visioni notturne maturano, la dolcezza del sogno di Tom Yorke ci fa quasi rabbrividire; quando i climax di Nude o All I Need "anestetizzano" di trascendente magia le nostre orecchie è pelle d'oca. Un viaggio onirico che ci regala un'elegante interpretazione di Tom Yorke: una voce dalla sensualità unica.
Il problema suscitato dal nuovo modo di fruire la musica (dai lettori mp3 agli archivi sempre più invisibili della rete) è sottolineato dal coraggioso tentativo di fornire delle risposte non più artistiche ma commerciali.
Dal "normale" bisogno d'intossicazione musicale al "virtuale" bisogno di non-considerare l'esigenza, puramente economica, di chi ci regala atmosfere che ci continuano (per fortuna) a catapultare in non-luoghi di melodie, ritmi e parole.

Tristezza.

Tristezza sia per chi non si è ancora scontrato, sia per chi non ha ancora superato i limiti del dogma contemporaneo:
-La domanda: quanto deve costare la musica oggi?
-La risposta: it’s up to you. Dipende da te.

Così il gruppo capitanato da Tom Yorke responsabilizza i fruitori con la formula: vai sul sito, scarichi e paghi quello che vuoi. Quello che puoi.
Sperando che "In Rainbow" dia il via* ad una valida alternativa allo "scaric-a-mmassa" dei circuiti viziosi di emule & company che con l'andare del tempo stanno, inevitabilmente, svuotando l'approccio critico all'album come opera musicale e, irriparabilmente, incentivando l'ascolto distratto del puzzle che l'incoming violento, ingordo e gratuito ci scaraventa ogni-giorno sul nostro non-giradischi preferito: il pc.

Impossibile, a questo proposito, rimanere indifferenti alle parole di Dario Ingiusto che su Ondarock così congeda l'ultimo lavoro dei Radiohead:
"In Rainbows" è forse il disco meno immediato del quintetto inglese, persino più dell’ossessivo ed elettronico "Kid A". Ed è, se volete, il disco della definitiva maturità di questa band, l’album che poco aggiungerà ai cuori di chi ha amato "Ok Computer" oppure i toccanti momenti di "Amnesiac", ma fa intravedere che i Radiohead ci sono ancora, che la loro musica offre ancora numerosi spunti intimisti, "Nude" su tutti.

Se il pubblico acquisterà il disco per quello che vale, i Radiohead faranno ancora una volta un sacco di soldi, vincendo la loro scommessa sulla distribuzione. Ma quello che conta è che, ancora una volta, la musica di Yorke e compagni si autopromuove a colonna sonora di questi anni. Complicata, sconsolata e ricca di suoni, riesce in alcuni episodi a essere ancora di una bellezza abbagliante.


*Anche se ufficialmente è stato considerato un -parziale fallimento (..) per promuovere "In Rainbows"- non smetteremo di ribadire la nostra solidarietà con la politica dei Radiohead.
Se volete ulteriori informazioni potete consultare un'articolo che abbiamo trovato sul sito del Corriere della Sera, ecco il link:
http://www.corriere.it/spettacoli/07_novembre_07/marchetti_radiohead.shtml

Vi segnaliamo altri link utili:
http://www.radiohead.com/deadairspace/
http://www.ondarock.it/popmuzik/radiohead.htm

giovedì 20 marzo 2008

Porto sepolto


Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde

Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto

(Giuseppe Ungaretti)


Poeta è colui che sa immergersi nel mare dell’esistenza e coglierne il segreto: la verità, che ne è il mistero profondo.
Il porto sepolto è il luogo in cui il poeta riesce a cogliere l’essenza della vita; da questa poesia, colta nella profondità, scaturiscono la purezza e la bellezza della parola poetica.
Una purezza paradossale, espressa dal retaggio di un nulla inesauribile.

Ecco un link utile:
www.einaudi.it/einaudi/ita/news/can4/102-437.jsp#ungaretti

mercoledì 19 marzo 2008

Amai


Amai trite parole che non uno
osava. M'incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo.

Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l'abbandona.

Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.

(Umberto Saba)


Una poesia dal lessico semplice, composta da parole usurate, trite; ma un canto forte, che nasconde, dietro la sua semplicità, la capacità disarmante del poeta di raccontare la vita, che dà sostanza alle parole e forma ai versi.
Una poesia dell'amore per le parole semplici , "quotidiane"; per la verità - nascosta nel buio del nostro animo, che il dolore ci fa conoscere - ; per il lettore, colui che ascolta e sa capire.
Una poesia, un manifesto poetico, una ricerca.
Una poesia dell'amore per la poesia.

Ecco un link utile:
www.mieilibri.it/Letteratura-italiana/Saba.html




martedì 18 marzo 2008

Novità dall'officina!


Officinadiaz si muove, scruta, ascolta.

Novità, grafica, informazione: la nostra sensibilità al servizio dei nostri lettori.
Aggiornando il nostro blog speriamo di dare piacere a tutti gli amici che ci hanno seguito e che, nonostante l'atrofizzazione delle dita-viscosa (fenomeno diffuso grazie alle puntete di Scrubs in cui l'inserviente si cimenta in rudimentali ma efficaci scherzi ai danni di JD -vedi scena in cui JD rimane con le dita incollate alla tastiera-), continueranno a "cliccarci" durante il nostro percorso all'insegna della conoscenza.
Abbiamo inserito nella sidebar di sinistra la sezione "News", dove saranno segnalati e (quotidianamente) aggiornati i principali avvenimenti che riguardano il mondo dell'arte, del cinema, della musica e della letteratura.


Ecco i link di due siti che ci hanno accompagnato nella nostra "ricerca" artistica e musicale:

lunedì 17 marzo 2008

CINEMA: curiosità critica


"[... Che siate un patito di cinema o semplicemente qualcuno a cui piacciono i film, troverete (..) un bel pò di cose che potranno illuminarvi, divertirvi, magari lasciarvi sbalorditi o forse persino irritarvi fino all'esasperazione. Che cosa potreste volere di più?]"
Dall'introduzione di Barry Norman.

Le curiosità al cinema e del cinema: piccoli pettegolezzi e grandi segreti "rubati" al grande schermo, un mondo, quello cinematografico, che continua a sorprenderci anche senza immagini.

Partiremo da alcuni estratti del libro a cura di Rhiannon Guy edito in italia da Einaudi;

LE CANTONATE DEI CRITICI*


Il film: Apocalypse Now (1979)
La critica: "Un lavoro decisamente brutto, decisamente sotto tono", su "Atlanta Journal".
I fatti: Con otto nomination agli Oscar, il film ne ha vinti due: per la fotografia e la colonna sonora. E' normalmente considerato uno dei più grandi film di tutti i tempi.

Il film: Taxi Driver (1976)
La critica: "Una vicenda sconnessa, pasticciata, priva di spessore e impantanata in una ricerca del sensazionale da quattro soldi", Marcia Magill su "Film Review".
I fatti: Il film ha avuto quattro nomination agli Oscar. Nel 2001 gli spettatori di Channel 4 lo hanno collocato al 22° posto tra i più bei film di tutti i tempi.

Il film: Psycho (1960)
La critica: "Hitchcock non ci offre uno spettacolo di intrattenimento ma la compiaciuta presentazione di una perversione sperimentata attraverso un'altra persona", Robert Hatch su "Nation".
I fatti: Il film ebbe quattro nomination agli Oscar. Nella sua vita Alfred Hitchcock ha collezionato otto nomination come migliore regista e nel 1968 gli è stato conferito l'Oscar speciale alla carriera.


- Il nostro punto di vista: Una risposta autorevole, una valida alternativa all'insuccesso di certe critiche "frettolosamente negative" non è sicuramente la dorata lacca istituzionale degli Oscar che, per quanto ambita possa essere da tanta mondanità cinematografica, rappresenta un'esiguo spioncino di quella che dovrebbe essere un'autentica finestra sul mondo se si considera l'inconsistente profondità di giudizio, la mancanza di coraggio intellettuale e l'nclinazione per le grandeur dei colossall o dei blockbuster constantemente viziati dal compiaciuto riferimento al patriottismo e al nazionalismo americano.
Hollywood non basta e non basterà a soddisfare l'esigenze dei semplici spettatori o degli accaniti cinefili sempre più sensibili alle piccole realtà cinematografiche che nonostante la carenza di mezzi e risorse economiche (vedi il "neorealismo" di Kiarostami o il meltinpot del turco di Amburgo; Fatih Akin) riescono a regalare un lucido affresco di tutto ciò che per grazia o per sventura(?) non è marchiato dal "made in Usa".
Questione di Target? Probabilmente si, ma al marchio di fabbrica preferiamo un cinema anarchico (poichè indipendente), svuotato da clichè superflui, che sappia colpire a suon d'immagini, che allo sfarzo delle dive e delle statuette preferisca l'austero rigore del cinema d'autore.

Per questo pensiamo che la risposta-opposizione del libro alle suddette "cantonate dei critici" sia incompleta e non esaustiva in quanto pone come unico dato discriminante l'eventuale candidatura e/o vittoria degli Oscar. Superfluo risulterebbe soffermarsi sulla questione dell'opinione pubblica che in questo caso (l'esempio riportato è la popolarità rilevata da Channel 4) coincide con la nostra opinione dei film sopracitati.

La magia della sala, l'odore della celluloide, il fumo del proiettore e non l'invasione della pubblicità di un cinema che accontenti e che non disturbi, creando così nuove esigenze (visive) adatte alle offerte commerciali dei multisala.

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*Questi sono solo alcuni esempi di becera critica, di paradossi giornalistici che spesso
distruggono l'arte cinematografica cercando di vincolarne le qualità in freddi articoletti, o peggio, in anguste prigioni di parole, spazio d'idiozie, che hanno la pretesa delle grandi affermazioni; quando lo studio e l'analisi lasciano il posto alla cronachina da scoop.

Ecco il link al sito della Einaudi dove troverete la scheda del libro:

domenica 16 marzo 2008

STALKER: la Zona


IL VIAGGIO - verso la "Zona"-

- La prima parte del viaggio attraverso la 'Zona' è costellato dai lunghissimi contrasti verbali, la cui connotazione bergmaniana (si pensi, ad esempio, al contradditorio infinito tra il medico e l'illusionista in Il Volto) è costantemente spiazzata dalla collocazione sul paesaggio di 'rovine del futuro', che, come nota Carrère, rimanda ad una imagerie non lontana a quella di certo Piranesi. Lasciati i mefitici grigiori di una periferia industriale avvolta da fumie miasmi, superato l'impaccio di reticolati e cavalli di frisia, abbandonate le direttrici ferree imposte da rotaie e carrelli (un percorso, tutto risolto in una serie di primi piani, una semisoggettiva multipla in cui l'impatto con il mutare degli elementi esterni è costantemente mediato dalle nuche o dai profili dei protagonisti, a sottolineare la caratteristica di tragitto interiore, con il rumore del treno che trascorre, infine, senza soluzione di continuità, in commento musicale), i tre personaggi si trovano immersi in un plein air nel quale, come per magia, ritornano i colori e, nel riconquistato silenzio, anche i suoni assumono un significato altro (tra il canto degli uccelli rispunta il cucù britteniano, un Leitmotiv, questo, in particolare delle sequenze oniriche di Ivan).


QUESTIONE DI SCENOGRAFIA:

- Tarkovskij e i tre protagonisti-La scenografia curata non a caso dallo stesso Tarkovskij, artefice e demiurgo di uno spazio visionario, è l' elemento caratterizzante del viaggio, in senso figurativo e morale.


La fisionomia dei tre personaggi e la loro determinazione sono date, anche, dall' approccio visivo con cui essi si riferiscono alla terra ed ai suoi elementi naturali
e trova collocazione e spessore tematico nel contesto metaforico della 'Zona' e
nella capacità evocativa della tecnica che Tarkovskij usa per filmarla.

Più complesso che in Lo specchio, dove le variazioni e l' alternanza cromatica si iscrivono nella dimensione del ricordo, qui il bianco e nero virato dell'inizio e della fine si costituiscono come gli ambiti della realtà e delvivere quotidiano prima e dopo la 'Zona' ( ma sempre comunque fuoridi essa ); della preparazione, della forza dell' ideale a contrasto con la frustrazione della speranza quando ogni cosa, ogni volta, è ormai finita o in procinto di ricominciare e la tensione si scioglie in angoscia.

Al centro, il dentro della 'Zona', la concretizzazione dell'idealità immaginaria dello Stalker, con i suoi colori. Tutto è misura dell'improbabile (teso al possibile), del viaggio irrealee della fine del dramma resa dal regista con un'operazione, anche formale,che da un lato non si uniforma, qui come altrove, alla tendenziale linea della rappresentazione bicolore del racconto per immagini che può preferire meccanicamente il sogno e/o il passato in bianco e nero e la realtà della storia in atto a colori. Dall'altro, e secondo le particolarità della sua cifra stilistica, Tarkovskij opera una sorta di alienazione d'immagine,uno scarto di orientamento percettivo, un' inversione di attesa logica. Le parti non a colori, mentre compongono la cornice visiva introduttiva (gli interni della casa dello Stalker, il bar, i luoghi fino alla partenza del carrello) con quelle prima della conclusione (di nuovo il bar, il congedo amaro dello Stalker e il monologo della moglie "sguardo in camera", ma non le due parti con la bambina perchè, in quanto prodotto emanato dalla 'Zona', lei riporta il colore, il giallo dello scialle e gli scialbi orizzonti delle fabbriche) sono due parti che congelano, rendono fredde le contrastanti impressioni di una realtà non ancora o non più fantascientifica per tema, in ogni caso 'aliena' rispetto all' intenzionalità 'descrittiva' della 'Zona', e invece tipica della rarefazione Tarkovskiana della durata del tempo cinematografico che altera il senso della realtà esterna, per trasformarla in una realtà ed in un tempo essenzialmente psicologici.

venerdì 14 marzo 2008

STaLKeR: iL ViAggiO


Oggi inizieremo l'analisi del film di Tarkovskij partendo dal viaggio iniziale.

- Il film risulta oggi più che mai uno dei vertici della cinematografia mondiale, uno sguardo lucido e distaccato dentro lo spirito umano, un viaggio fuori dal tempo e fuori dallo spazio, perfezionando la sbalorditiva visionarietà che era emersa fin dai suoi primi lungometraggi. In particolare dal film-cult "Solaris" tratto dall'omonimo romanzo di fantascienza di Stanisław lem e dalla tormentata biografia "Lo Specchio". Illuminante a tal proposito é l'intervento di Emmanuel Carrère: "Solaris e Lo Specchio generano Stalker" scriveva nel suo saggio intitolato Troisième plongée dans l'océan,troisième retour à la maison, in " Positif ", n. 247, ottobre 1981.


Con Stalker si concretizza l'arte dello scolpire il tempo, la filosofia di Tarkovskij dalle parole del suo libro-manifesto "Scolpire il tempo" allo spettacolo visionario delle immagini.

Il Viaggio - la partenza -
Il film inizia con un viraggio sporco (le tonalità vanno da grigio-antracite a sfumature seppia )
che sottolinea lo squallore degli ambienti domestici, Tarkovskij indaga l'intimità della stambèrga, concentrandosi sui primi piani dello Stalker, della figlia e della moglie, che ritrae in una soluzione di assoluta ambiguità: la plasticità delle ombre, come in una tavolozza di colori, si amalgama alla superficie degli oggetti e i dettagli lasciano il posto ai particolari enfatizzati dallo spiazzante paradosso essere umano-statua di cera. Seguire piuttosto che riprodurre, è questa scelta stilistica che ci scaraventa dentro le vibrazioni degli oggetti causate dal passaggio del treno. Il montaggio è sempre più rarefatto, emblema dei movimenti di macchina è il lavoro eseguito da un "artigiano"delle immagini, quale è Tarkovskij, che con questo piano-sequenza ci porta direttamente ad un altro punto-chiave, ovvero l' incontro-scontro con la moglie dopo il risveglio dello Stalker. Questo sostituirsi silenzio-rumore, che suono non è, staticità-vibrazione, che movimento non è, basterebbe(?) come chiave di lettura ed 'accesso' al conseguente superamento di schemi convenzionali del cinema. La plasticità delle immagini viene conferita soprattutto dalla componente luministica, che, afferma negando, descrive tacendo e separa unendo i confini tra l'epidermide dei due protagonisti, in particolar modo quella dello Stalker, e "le pareti, le porte, l'acqua, gli stracci..." Si prosegue con il 'sudiciume' del bar e degli scorci industriali (dai quali possono derivare interpretazioni socio-politiche, come le risonanze orwelliane sottolineate dai critici; oppure, come i rapporti tra filo spinato-guardie-cranii rasati e l'universo concentrazionario del gulag) che percorerranno lo Stalker, lo Scrittore e lo Scienziato, prima a bordo di una jeep e poi, in una sequenza ipnotizzante, sulle rotaie con un carrello militare.

Da qui la poetica del viaggio che accompagnerà lo spettatore in un'esperienza visiva unica.


Ecco un paio di link utili:
http://www.mymovies.it/filmografia/?r=1169
http://www.imdb.com/title/tt0079944/

LIBRI: Non Di Sola Guerra


A volte libri che ci colpiscono arrivano a noi dai percorsi più strani, e spesso è proprio quel che dobbiamo al fato, il non averlo trovato esposto alle luci di un negozio che ce lo rende ancora più caro e interessante.

il libro che vi consiglio mi è giunto tra le mani a diciannove anni. Mentre preparavo l'esame di maturità con il professore di storia e filosofia, egli mi regalò un libriccino, una serie di racconti, prima opera di tal Claudio de Vecchi, ... e si intitola "non di sola guerra".
I racconti, nei quali protagonisti prendono la parola per raccontare se stessi, affrontano principalmente due temi:

1. la morte, che è l'elemento unificante e omogeneizzante tra storie così diverse tra loro
2. la guerra, che è la scena davanti alla quale si snodano tutti questi brevi e intensi attimi che sono narrati.

Trentotto racconti, altrettante esperienze, altrettanti punti di vista, altrettante vite che si spengono. A volte con rabbia, a volte con rassegnazione, a volte colme di dolore, altre quasi con attesa.
Viene data voce a tutti, dai grandi condottieri che la storia ha consacrato, al soldato senza identità, quello di cui non arriva a noi neppure il ricordo.

Lo consiglio a tutti coloro che non siano troppo angosciati per affrontare temi spinosi, che per quanto affrontati con attenzione, e direi perfino con agghiacciante dolcezza, non sono certo adatti in ogni momento.

Claudio de Vecchi, nasce a Milano nel 1941, medico oculista per tradizione di famiglia, è stato responsabile del servizio di oculistica dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.
Non di sola guerra è la sua prima opera narrativa.

Non di sola guerra
1996, edizioni Guaraldi

ecco il link alla scheda del libro dal sito della Guaraldi:


giovedì 13 marzo 2008


"Nessuna forma d'arte attraversa le nostre coscienze come il cinema, giungendo
direttamente ai nostri sentimenti, nei profondi e oscuri recessi delle nostre anime."

Ingmar Bergman


Prossimamente potrete leggere la prima parte del saggio "L'INTIMO VIAGGIO DELLA FOTOGRAFIA"*.
Presenteremo due registi che con la loro macchina da presa hanno segnato la storia del cinema.
Tre opere che costituiscono una fondamentale tappa artistica della cinematografia mondiale.

Inizieremo con il lungometraggio più visionario e complesso del regista russo Andreij Tarkovskij;
1) STALKER (Stalker, 1979) di ANDREJ TARKOVSKIJ.

Il secondo film è invece uno dei vertici del cinema d'autore, l'opera più intima del regista svedese Ingmar Bergman;
2) SUSSURRI E GRIDA (Viskningar och rop, 1972) di INGMAR BERGMAN;

Il terzo film è l'ultimo lavoro del maestro russo, il criptico testamento di Tarkovskij;
3) SACRIFICIO (Offret/Sacrificatio, 1986) di ANDREJ TARKOVSKIJ.


Ecco alcuni link utili:
http://it.wikipedia.org/wiki/Ingmar_Bergman
http://it.wikipedia.org/wiki/Sven_Nykvist
http://www.mymovies.it/biografia/?r=1169
http://www.1aait.com/larovere/fotograf.htm


*Il titolo del saggio rappresenta questi tre concetti:
Intimo (indica Bergman ed il suo 'dramma da camera').
Viaggio (indica Tarkovskij ed il 'viaggio' nella poesia del tempo vuoto). Fotografia (indica lo specifico tecnico, ed in particolare chiama in causa la figura di un direttore della fotografia come Sven Nykvist, che si pone come ponte fra i due registi).

mercoledì 12 marzo 2008

CI PRESENTIAMO


Internet, aprendo una porta sullo scambio d'informazioni, ha permesso
(nel bene e nel male) alle masse, sempre più eterogenee, di parteciparvi.
Anche noi vorremmo fare la nostra piccola parte e farla bene.

Di chi siamo potremmo parlarne più avanti...


...per ora potete leggervi una serie di citazioni che riguardano il mondo dell'informazione e della conoscenza:



"Colui che chiede è uno sciocco per cinque minuti, colui che non chiede lo rimane per tutta la vita." Proverbio cinese

"Sapere sia di sapere una cosa, sia di non saperla: questa è conoscenza." Confucio

"La calamità dell'uomo, è il creder di sapere." Montaigne

"Ogni credenza può essere manipolata. Soltanto il sapere è pericoloso." Frank Herbert

"Fingere di sapere quando non si sa è una malattia." Lao Tzu

"Il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere, è di non trapassarli." Giacomo Leopardi

"Il linguaggio è la madre, non l'ancella del pensiero." Karl Kraus

NELLA PIETà CHE NON CEDE AL RANCORE, MADRE, HO IMPARATO L'AMORE.

 

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