sabato 2 agosto 2008
AssOCiAziONe TeAtRO iTaLiaNo: UnA TriSTe RiFleSSiOnE
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Vorremmo come compagnia teatrale, fare una riflessione, sulla straordinaria iniziativa intrapresa da Benedetta Buccellato, riguardo alle risposte degli attori italiani in merito alle dichiarazioni vergognose di Maurizio Costanzo.
5) L'unico straordinario talento del Sig. Costanzo è stato solo quello, in anni e anni di caparbia e tenacissima arroganza, di redigere accurate liste nere (di puro stampo maccartista) che impedissero di continuare a fare dignitosamente il proprio lavoro a coloro che non gli erano graditi e molti sono spariti dallacircolazione in virtù di questo sotterraneo diktat, ancora piùrepellente di quello Bulgaro di oscena Berlusconiana memoria. Apprezziamo pertanto, fra le tante meritevoli dichiarazioni, quella del regista Paolo Emilio Landi, che svolge egregiamente il suo lavoro in Russia con ampi riconoscimenti e grandi soddisfazioni, soprattutto quando afferma che il suddetto Costanzo, almeno laggiù, non potrà fare granchè per ostacolargli la sua brillante carriera.

compagnia Teatrinsieme
Etichette: ARTE, ARTS, ATTUALITA', TEATRO
mercoledì 30 luglio 2008
Tremavano scintille di sogno...
GeoRge BaCoViA
Gli angoli di una misteriosa Trieste e le parole di un poeta oscuro.
Simbolismo novecentesco e suggestioni suburbane.
Poesia e Fotografia e poesia, immagini e parole, luci e lettere, riflessi e punteggiature...
Etichette: ARTS, George Bacovia, PHOTOGRAPHY, Poesia, TRIESTE
lunedì 28 luglio 2008
NuRi BiLgE CeYLaN: The ArT AnD PhiLOsoPhy oF PhoTOgRaPhy
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"Uno degli sguardi più originali e penetranti sulle relazioni umane", "uno dei registi più apprezzati dal pubblico e dalla critica", "uno dei nomi più in vista del cinema contemporaneo", Nuri Bilge Ceylan: “l'Antonioni turco”.


Un grande fotografo, uno straordinario regista.
Synopsis:
Etichette: ARTS, CANNES, CINEMA, Nuri Bilge Ceylan, PHOTOGRAPHY
martedì 22 luglio 2008
PReMiO SeRgiO AMiDei: SeRaTa DeDicaTa ai ViNCiToRi deLLa SeCoNdA EdiziOnE deLLa MaRaToNa CiNeMaToGRafiCa 6*60
0 commenti Pubblicato da OFFICINADIAZ alle 07:06Makin’...what?!?
6 x 60. È un’iniziativa makinga per incrementare la popolazione dei cineasti goriziani. 60 ore, 6 minuti di durata, tre vincoli (una funzione narrativa, una frasee un oggetto) da rispettare per ognuna delle venti truppe. Il risultato non è 360, ma tre: i corti vincitori dell’ultima edizione che verranno proiettati stasera al Parco Coronini all’interno di un’ipotetica rassegna Goriziana Off. È interessante riflettere sulla centralità e la funzione, in queste opere, della lente proprio in quanto elemento ottico capace di concentrare o divergere i raggi di luce. In See Through di Alessia Follador, una lente d’ingrandimento è usata come arma cyberpunk che trasforma in manichini coloro che si guardano troppo da vicino. In modo simile, in Carne in scatola, le lenti degli occhiali diventano elemento caratterizzante del look del villain: la malvagità del suo sguardo viene proiettata e diffusa fino a contagiare gli altri personaggi e ritorcendoglisi contro. Da tutt’altra prospettiva si pone il vincitore della Maratona, Carry On, dove le lenti degli occhiali rotti, sul naso dell’eroe, si fanno immagine espressionistica della sua interiorità e, ancora più a fondo, perfetta rappresentazione dell’incapacità di riconoscere il Bene in modo immediato.
21:00 - Parco Villa Coronini Cronberg
La scrittura breve: MARATONA CINEMATOGRAFICA 6 X 60
Serata dedicata ai Vincitori della seconda edizione
Ecco il link del sito:
Etichette: 6*60 VISIONI A TUTTO CAMPO, CARRY ON, CINEMA, PREMIO AMIDEI
lunedì 7 luglio 2008
"CaRRy oN" ViNcE iL PrEmiO PaLaZZo DeL CiNeMa - HiSa FiLM
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martedì 1 luglio 2008
L’oPeRa ArChTteTToNiCa e Lo SpeTTaCoLO CiNeMaTogRaFicO
0 commenti Pubblicato da OFFICINADIAZ alle 06:47Il cinema svolge un ruolo importante nella nostra società e come l’architettura fa parte di un meccanismo percettivo dell’arte totale[1], il loro rapporto è così importante tanto che nell’arte contemporanea (si pensi alle sperimentazioni del Fuksas) sono sempre più frequenti certe tecniche di rappresentazione (comunemente chiamate Installazioni Video) il cui supporto digitale (filmato/video) rappresenta lo strumento ideale con il quale visualizzare le opere architettoniche; l’immagine cinematografica è, insomma, un elemento linguistico dell’architettura nel suo farsi.
Cinema e architettura si trovano all’interno di un contesto socio-urbanistico ben definito, contribuiscono attivamente alla comprensione ed allo sviluppo delle città perché - come hanno sottolineato vivacemente due grandi esponenti di queste arti (quasi) complementari - cercano di rispondere ad esigenze spazio-temporali molto simili.
Riporterò di seguito una parte della conferenza che si è tenuta a Locarno all’interno dell’interessante Festival D‘arte Cinematografica. Il dibattito sul rapporto tra cinema ed architettura ha avuto come relatori il regista tedesco Wim Wenders e l’architetto romano Massimiliano Fuksas, protagonisti assoluti dell’attuale panorama artistico e concettuale:
[..]
Massimiliano Fuksas: Esistono due modi di relazione tra architettura e cinema: uno è quello di usare l'architettura come un palcoscenico, l'altro è quello secondo il quale è l'architettura ad usare il cinema, che poi è quello che io faccio nel mio lavoro. Dopo aver conosciuto Alfred Hitchcock, sono arrivato ad un’economia architettonica che prima non possedevo.
Wim Wenders: Noi due abbiamo una cosa in comune: le persone devono "abitare" le nostre creazioni, e questa è una bella responsabilità! Inoltre, sia il cinema che l'architettura, devono lasciare degli interstizi, degli spazi vuoti che permettano al fruitore di usare la fantasia, di completare il non-detto. Spesso i film, come gli edifici, sono costruiti senza aria, sono soffocanti, pieni, non lasciano spazio al respiro.
Massimiliano Fuksas: Infatti. In architettura già dagli Anni Ottanta esiste il concetto soprannominato "in between", che attribuisce valore maggiore al non-edificato, allo spazio vuoto. I film americani oggi sono "densi": basti pensare alla musica, che è continua, non lascia momenti di silenzio, nemmeno nei passaggi. Derrida ha studiato a fondo il concetto di interpretazione e la costruzione del senso, cosa che andrebbe essere sempre legata all'etica: un artista deve chiedersi sempre perché fa ciò che fa, se ciò che fa è necessario e se restituisce qualcosa del concetto che c'è alla base. Non bisogna cercare soluzioni, dare risposte, ma essere critici.
[..]
Wim Wenders: Tornando al discorso precedente, la forma esiste nel cinema per scomparire, per veicolare un concetto, deve essere invisibile. Noi registi lavoriamo molto sulle forme, e anche con il tempo, perché in un film lo spazio è implicito.
Massimiliano Fuksas: Il problema infatti è proprio il rapporto tra il visibile e l'invisibile in un'opera.
Wim Wenders: Quando la forma impone se stessa è brutta. Spesso mi capita di dover lasciare da parte le migliori inquadrature perché il film funzioni. La forma di per sé non è emozionante, ma del resto non si può prescindere dalla forma, perché è ciò che tiene in rapporto visibile e invisibile. A volte, anzi, essa produce senso, qualcosa dell'ordine dell'invisibile. Tornando al concetto iniziale che volevo esprimere, ovvero che il cinema nasce con la città, volevo dire che le metropoli sono luoghi che sottraggono tempo, il cinema è il veicolo che ci ricorda ciò che perdiamo. Riguardo al cinema americano, non bisogna usare come criterio la qualità: c'è qualità anche nell'intrattenimento! C'è il grande intrattenimento, ci sono i blockbuster e poi c'è tanta spazzatura. Non si può semplificare tutto al bianco e al nero! Certo, posso pensare che la mia vita sarebbe migliore se non avessi visto La guerra dei mondi, ma comunque mi ha aiutato a dimenticare, che è sempre utile. Di venti progetti che ho in mente, ne riesco a realizzare solo uno. E a volte i film che non ho fatto continuano a vivere e prendono corpo magari in una sola inquadratura. Nei miei film rimane quanto più spazio possibile, ed è proprio quello il mio vero lavoro. Il resto è struttura, architettura, appunto. Tutto ciò che non è necessario viene tagliato, per rivelare l'essenza.
Queste brevi ma specifiche osservazioni possono aiutarci nella ricerca della continuità linguistica del cinematografo e dell’architettura. Sopra si accennava alla forma, allo spazio ed al tempo. Vedremo quindi come (e quanto) queste coordinate incidano sul rapporto linguistico di cinema ed architettura; due mondi così (apparentemente) distanti eppure così vicini nella loro complessità espressiva: il concetto filosofico che si palesa attraverso l’uso delle parole è riconducibile al concetto cinematografico che si esprime attraverso le immagini, così come, questi, è strettamente legato al concetto architettonico che si esprime attraverso lo spazio.
- Continueremo con l'analisi della Forma dello Spazio e del Tempo..
Buona Lettura.
Etichette: ARCHITETTURA, ARTE, ARTS, CINEMA
venerdì 20 giugno 2008
PieR PaOLo PaSoLiNi: iL FooTbaLL NeLLa CuLtuRa CoNTeMpORaNeA
0 commenti Pubblicato da OFFICINADIAZ alle 01:55
il “goal”, in questo schema, è affidato alla “conclusione”, possibilmente di un “poeta realistico” come Riva, ma deve derivare da una organizzazione di gioco collettivo, fondato da una serie di passaggi “geometrici” eseguiti secondo le regole del codice (Rivera in questo è perfetto: a Brera non piace perché si tratta di una perfezione un po’ estetizzante, e non realistica, come nei centrocampisti inglesi o tedeschi).
Il calcio in poesia è quello del calcio latino-americano: il suo schema è il seguente:
schema che per essere realizzato deve richiedere una capacità mostruosa di dribblare (cosa che in Europa è snobbata in nome della “prosa collettiva”): e il goal può essere inventato da chiunque e da qualunque posizione.
Se dribbling e goal sono i momenti individualistici-poetici del calcio, ecco quindi che il calcio brasiliano è un calcio di poesia. Senza far distinzione di valore, ma in senso puramente tecnico, in Messico [Olimpiadi 1968] è stata la prosa estetizzante italiana a essere battuta dalla poesia brasiliana.
(Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull’arte)
Buona Lettura.
Etichette: Calcio, LETTERATURA, PASOLINI, Poesia
mercoledì 18 giugno 2008
EuRoPei 2008 & PieR PaOLo PaSoLiNi: iL giOcO deL CaLCiO TrA PrOsA e PoEsiA
0 commenti Pubblicato da OFFICINADIAZ alle 04:01Ci sembra doveroso dedicare un piccolo(?) spazio alla grande opera d'arte concettuale (il passaggio del turno contro i pronostici di reazionari e mocassinati 70enni) che ieri sera ha permesso a Rai1 di trasmettere, grazie al "vecchio" etere, un capolavoro calcistico di rara potenza e suggestione espressiva (l'impresa italiana contro i veleni transalpini e le invidie galliche è da ricordare nonostante - o soprattutto per - gli errori d'inizio europeo): Che Soddisfazione!
Cosa avrebbe provato Pier Paolo Pasolini se avesse visto, comodamente dalla poltrona di casa sua, quest' incredibile ITALIA-FRANCIA?


- Pubblicheremo nei prossimi giorni la conclusione pasoliniana sulla questione relativa all'artisticità del linguaggio calcistico..
Etichette: Calcio, Europei 2008, LETTERATURA, PASOLINI, Poesia, Sport
lunedì 16 giugno 2008
VeRSuS et eFFiGieS: La dANNaZiONe DeLL'iMMaGiNe NeL SaNgUe DeLLa PaRoLa
3 commenti Pubblicato da OFFICINADIAZ alle 01:30L'atmosfera del 2004, la montagna dell' "ocirihc", la luce delle candele di campagna, il silenzio dell'umidità, il canto degli animali, le pagine gialle del libro oscuro e i ciuri ciaurusi che con cura - come un rituale i 'na vota - preparavamo per la fumata (noi piccoli allievi nella casa del maestro)..
Ricordi? Noi, io e te, poeti maledetti dalla dannata voglia (la nostra) di vivere come sognavamo: fuori dal mondo ma dentro il nostro tempo..
- Buona Visione e buona lettura (maledetta scrittura..)
Etichette: ARTE, ARTS, LETTERATURA, Poesia
sabato 31 maggio 2008

“Ho dimenticato Shakespeare e ho girato il film come se fosse una storia del mio paese”
(A. Kurosawa)
Il lungometraggio di Kurosawa trasporta il dramma shakesperiano nel Giappone delle guerre civili del XVI secolo. L’intensità stilistica, diversamente dal Macbeth di Welles in cui è il piano-sequenza a suggerire l’unità spazio-temporale, è dettata da una messinscena rigorosa e formale dove il Forte del Nord, il Castello e la Foresta rappresentano le tre principali unità d’azione di questa trasposizione.
Uno sperimentalismo visivo che prevale sulla linearità dei dialoghi e un montaggio che sottolinea la ripetitività ipnotica delle inquadrature fanno di questo film uno dei vertici della cinematografia shaksperiana e non solo.
Nella pellicola del maestro giapponese si possono trovare tutti gli elementi che differenziano un grande film da un capolavoro assoluto: una semplicità registica quasi disarmante, un’incredibile Taketoki Washizu (interpretato da Toshiro Mifune, attore feticcio di Kurosawa), nobile a cui viene profetizzata l'ascesa al potere e l'invincibilità fino a quando la foresta non si muoverà verso il suo castello. Il climax del film arriva proprio quando Washizu, in balia del proprio destino, si troverà realmente di fronte all’arrivo della foresta: l'esercito nemico che avanza proteggendosi con i rami degli alberi è un momento di cinema indimenticabile.

Come già accadeva nel film di Welles anche in Il trono di sangue l’interesse narrativo del regista si concentra nella seconda parte del film dove la caratterizzazione del protagonista si accentua e il tragico futuro a cui va incontro rappresenta la chiave di lettura del film: il simbolismo iniziale si evolve in un’allegoria figurativa, la m.d.p. più che suggerire riesce a catturare il “dramma interiore”, l’angoscia esistenziale è racchiusa nello sguardo di Washizu che sembra temere più le sue vittime che i nemici in carne ed ossa, la paura lascia il posto ad una follia che meglio non si poteva descrivere.
Questa soluzione è un ottimo esempio di come il cinema sfruttando la forza delle immagini riesca a risolvere e, a volte, superare i limiti narrativi della letteratura e della drammaturgia.
Il trono di sangue (Kumonosu-Jo, 1957, 110')
Regia: Akira Kurosawa
Il regista evita il confronto linguistico con Shakespeare, non si cimenta in un’operazione certosina che lo potrebbe indurre a banalizzare la grandezza del testo originale, forma ed espressione; questo è quello che conta. Scene e sequenze alternano inesorabilmente l’angoscia delle “ombre” dei due guerrieri che si confondono con e nella nebbia, un continuo entrare ed uscire da un incubo che solo in apparenza può sembrare meno efficace della “claustrofobica” soluzione visiva foresta-labirinto.
Un libero adattamento piuttosto che una trasposizione, molti critici hanno così (frettolosamente?) riassunto il lavoro di Kurosawa che, come solo i grandi maestri sanno fare, riesce a tradurre in immagini tante suggestioni che la poetica shakesperiana affidava originariamente ai dialoghi o addirittura ai monologhi; altrettanto coerente risulta l’eliminazione di alcuni personaggi di contorno e la “trasformazione” delle tre streghe in un'unica Parca.
La caratteristica più importante è forse l’esemplare realizzazione di una dimensione onirica, un non-luogo che ci restituisce la componente mitica del rapporto fra libertà dell’eroe e destino, una componente che affonda le sue radici nella tragedia classica.

(A. Kurosawa)
- Proponiamo il fantastico trailer del capolavoro di Kurosawa.
- Un film stupendo, la cui tensione formale è davvero più unica che rara.
Buona Visione
Etichette: CINEMA, KUROSAWA, SHAKESPEARE, VIDEO
giovedì 29 maggio 2008

"Il Macbeth di Orson Welles è un film maledetto, nel senso nobile del termine. Lascia gli spettatori sordi e ciechi, e credo proprio che le persone che lo apprezzeranno (alle quali io mi vanto di appartenere) siano molto poche. Welles ha girato assai in fretta questo film, dopo innumerevoli prove. Vale a dire che voleva preservargli il proprio stile teatrale, cercando di provare che il cinema può mettere la sua lente su tutte le opere e disprezzare il ritmo che si immagina essere quello del cinema. Il Macbeth di Welles ha una forza selvaggia e disinvolta.Con il capo coperto di corna e di corone di cartone, vestiti di pelli come i primi automobilisti, gli eroi del dramma si muovono nei corridoi di una specie di metropolitana di sogno, in scantinati distrutti dove l'acqua gocciola, in una miniera abbandonata. Nessuna ripresa è casuale. La cinepresa si trova sempre piazzata in luoghi da dove l'occhio del destino segue le proprie vittime".
Welles rispetta le modalità sceniche e i tempi di Shakespeare, i movimenti della macchina da presa giocano un ruolo determinante all’interno dell’azione: i lunghi piani-sequenza che caratterizzano l’intero film accompagnano lo spettatore oggettivandone l’esperienza di visione: tempo diegetico (della storia) e tempo del film spesso coincidono, questo vuol dire che lo spettatore è chiamato a “testimoniare” ciò che vede piuttosto che colmare ciò che non vede, il regista di Citizen Kane sembra abbandonare quelle punteggiature filmiche (ellissi temporali e flashback) che caratterizzavano invece il suo primo film. Welles lavora molto sui dialoghi. Non inventa praticamente nessuna battuta, anzi molto spesso lascia che sia il testo originale ad integrarsi all’interno della sua macchina scenica, un lavoro di regia sempre al servizio dell’azione, esemplare, a tratti intensa se non eccessiva ma sempre in equilibrio con la riflessione, elemento tipico nella drammaturgia shakesperiana. L’abbondante uso dei monologhi è giustificato dal conflitto interiore che interessa al regista, Macbeth infatti si avvia lentamente ad una progressiva solitudine, una lenta disfatta in cui l’ambizione è letteralmente cancellata dall’incubo e dalla paura che il sangue versato per il primo assassinio non sarà né il primo né l’ultimo. Welles, interpretando personalmente il ruolo del protagonista, privilegia il personaggio di Macbeth riservando un’attenzione secondaria ma non superficiale agli altri ruoli.
MACBETH (Macbeth, USA 1947-48, 107')
Regia: Orson Welles
Il film procede secondo due linee ben definite: da una parte la stilizzazione dei costumi e il simbolismo scenografico garantiscono una teatralità indispensabile, dall’altra l’uso delle tecniche cinematografiche, che, come accade nella scena del banchetto, rendono possibile ciò che a teatro è irrealizzabile: la complessità dell’apparizione dello spettro di Banquo è fondamentale per capire la volontà originaria di Shakespeare, l’uso della soggettiva infatti rispetta l’ambiguità del testo (a teatro invece dovremmo risolvere il dilemma “mostrare o non mostrare?”), alternando la tecnica del campo e contro-campo lo spettatore ha l’impressione che il fantasma si manifesti solo a Macbeth e non al resto dei personaggi presenti nella scena. Sfruttando le risorse del teatro (una drammaturgia più verbale che visiva), e ricorrendo alle soluzioni tipicamente cinematografiche (la luce quasi espressionista, la nebbia della sequenza iniziale ripresa nelle ultime inquadrature in cui compaiono le figure delle streghe..) Welles riesce a trasmetterci quel senso di inquietudine, leitmotiv del film e dell’intera esistenza di Macbeth, affidando ad un lento logoramento fisico e spirituale* l’inesorabilità del tragico destino a cui non può più sfuggire.
Una regia alternativa per l’epoca, un’ardua sperimentazione visiva che pone l’accento sulle tecniche cinematografiche future. Insomma un grande film, un altro grande Welles ancora una volta in anticipo sui tempi. Illuminante a tal proposito risulta l’intervento di un’autorevole teorico del cinema: "Da tempo sosteneva che si poteva girare Shakespeare cavandosela con poco, a condizione di preparare minuziosamente la realizzazione con lunghe prove e girando quasi tutto di seguito, quando gli attori padroneggiassero a fondo le loro parti e i loro movimenti, con un'accurata regolazione delle luci.Insomma, quello che Welles stava per inventare avanti lettera, e senza che allora si fosse in grado di accorgersene, era la tecnica di regia televisiva".
*Si pensi ai monologhi e alle paure che tormentano il protagonista, anche noi, insieme a lui, viviamo questo tragico destino: una decadenza dell’eroe che il regista enfatizza sottolineando il suo degrado esteriore, col procedere della storia l’aspetto di Macbeth e quello della sua dimora diventano sempre più repellenti.
- Proponiamo l'incipit della memorabile sequenza iniziale...
Buona Visione
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lunedì 26 maggio 2008

Il capolavoro shakespeariano e le contraddizioni cinematografiche
Shakespeare, Macbeth, II.1
MACBETH - (to Servant)
Go bid thy mistress, when my drink is ready,
(Exit Servant)
Is this a dagger which I see before me,
Whose howl’s his watch, thus with his stealthy pace.
(A bell rings)
I go, and it is done; the bell invites me.
Macbeth: uno sguardo da occidente ad oriente
Due maestri del cinema si confrontano con una grande opera di Shakespeare: Macbeth, una delle tragedie più brevi del drammaturgo anglosassone.
Come la letteratura rispecchia nel suo linguaggio (quello delle parole) il tipico ed il mitico dall’influenza storico-geografica dell’autore, così anche un adattamento, una riduzione cinematografica può attualizzare, riproponendo sotto nuove vesti un’opera, come quella di Shakespeare, che necessariamente deve essere “tradita” per poi essere esaltata ed apprezzata dall’affascinante linguaggio del cinema: le immagini.
Cosa più delle immagini possono darci chiare indicazioni storico-geografiche riguardo all’autore (in questo caso il regista) ed alla sua filosofia? Un’opera, concepita nel periodo di massima attività creativa del drammaturgo, che a più di quattrocento anni dalla sua realizzazione continua a coinvolgerci e a stupirci. Una rilettura, quella della settima arte, quanto mai necessaria.

1) Macbeth secondo Orson Welles;
2) Macbeth secondo Akira Kurosawa.
- PS: Le analisi dei film saranno pubblicate nei prossimi giorni.
Etichette: CINEMA, LETTERATURA, SHAKESPEARE, TEATRO
venerdì 23 maggio 2008
Tra le sue opere il regista francese può vantare anche uno straordinario testo la cui innovativa formalità espressiva trova nella raccolta del 1975, Notes sur le cinématographe, (Paris, Gallimard) la naturale dimensione letteraria; riflessioni, aforismi lapidari e sperimantazioni linguistico-visive dalle notevoli possibilità espressive, "costituiscono un contributo fondamentale, nato dalla passione e dall'intelligenza, sia per il lettore attento al cinema sia per chiunque voglia capire l'enigma dell'immagine e la natura complessa della riproduzione."
IL CINEMA SONORO HA INVENTATO IL SILENZIO
La "letterarietà" e la difficoltà dell'interpretazione critica attraverso la storia di un'arte che è stata a lungo costretta ad affermare la dignità concettuale e l'autonomia estetica della propria specificità espressiva.
L'OPERA LETTERARIA NEL RACCONTO CINEMATOGRAFICO
Etichette: CINEMA, LETTERATURA, ROBERT BRESSON, VIDEO
mercoledì 7 maggio 2008
FiLMaRiLyN: PaOLo GiOLi & La MoNrOe NeLL'offiCINA di BeijiNg
0 commenti Pubblicato da OFFICINADIAZ alle 02:54Etichette: CINEMA, MARILYN MONROE, PAOLO GIOLI, VIDEO
sabato 3 maggio 2008

Capolavoro assoluto, pellicola maledetta che ha trovato la luce solo dopo l'agonia del regista francese.
Buona Visione.
giovedì 24 aprile 2008

I libri e le loro pagine erano ventagli contro i sensi di colpa; soffiavano sul collo quando, appesantiti dal sudore, smettevano di fissarti, immobili, sotto gli occhi, tra le dita. Accarezzato dal vento, cartaceo e afoso, me ne stavo addormentato sotto la croce d'ombra della finestra quando, improvvisamente, delle immagini un pò confuse e un ritmo inaspettato mi sorpresero in un dormiveglia surreale. Sguardi eleganti e abbracci voluttuosi, parole "cristalline" che interagivano con i corpi degli amanti:
"Tomorrow never comes until it's too late...."
Cazzate a parte, son passati quasi quattro anni da quando, per la prima volta, ascoltai quel fottuto genio di Dj Shadow. Non capivo, ma quel beat straordinario e coinvolgente era qual cosa di meraviglioso, un viaggio onirico che solo chi concepisce un album come Entroducing può regalare. They were my first Six Days.

- Aprile 2008: Ho visto il nuovo film di Wong Kar Wai, My Blueberry Nights.
Un regista ambiguo, misterioso, dalle forme sensuali e mutevoli.
Un Dj eclettico, immaginifico, dal suond ricco e sofisticato.
Questo è Six Days.
Songwriter, american music producer, figura di spicco nello sviluppo dell'hip hop strumentale:
http:///www.djshadow.com
lunedì 21 aprile 2008

Perth, Australia dell'Ovest, Gennaio 1997: nascevano i Sodastrem, uno dei gruppi più influenti della scena indie-rock. Da più di dieci anni ci regalano atmosfere fiabesche e melodie suggestive in cui archi e voce trovano un equilibrio straordinario. Il duo australiano, scoperto da John Peel sin dai tempi dei primi Ep, possiede un'anima lo-fi dalla dolcezza acustica incantevole e ammaliante.
In questo bellissimo video il lirismo delle immagini sembra contemplare la semplicità dell'intreccio e la malinconia degli accordi. Heaven on The Earth; un'affresco folkeggiante, un'intimo grido di silenziosa solitudine.
O Solitude! If I must with thee dwell
O Solitude! If I must with thee dwell
Karl Smith (chitarra acustica, pianoforte, armonica, voce) e Pete Cohen (basso, contrabbasso), in arte Sodastream.
"...ma, in ogni caso, forse preferisco suonare le canzoni con una maggior dinamica musicale, [...] dove posso davvero dimostrare ciò che può fare il contrabbasso, da strumento quieto e gentile, che sostiene la melodia e il ritmo, a strumento che può urlare e stridere per il dolore e il dispiacere. E' proprio ciò che amo del mio strumento..."
Pete Cohen.
Buona Visione
- il sito ufficiale del gruppo:
mercoledì 16 aprile 2008

Etichette: LIBRI
lunedì 14 aprile 2008
"...Non dirò niente, non voglio dire nemmeno no, è la mia ultima parola..."

Regia: Werner Herzog, Soggetto: Werner Herzog
Sceneggiatura: Werner Herzog, Fotografia: Thomas Mauch
Etichette: CINEMA, LETZTE WORTE, VIDEO, WERNER HERZOG







