sabato 2 agosto 2008


Vorremmo come compagnia teatrale, fare una riflessione, sulla straordinaria iniziativa intrapresa da Benedetta Buccellato, riguardo alle risposte degli attori italiani in merito alle dichiarazioni vergognose di Maurizio Costanzo.

1) Finalmente si è ritrovata una unità di intenti e di vedute di tutta la categoria degli attori,dopo anni di pavido silenzio, sullanostra situazione sempre più aberrante.

2) Come compagnia che agisce sul territorio ,ci auspichiamo e proponiamo ALL'ASSOCIAZIONE TEATRO ITALIANO che tutte le dichiarazioni vengano pubblicate in un LIBRO e distribuite all'ingresso della maggior parte delle sale teatrali di Roma (e perchè no anche di altre città) all'inizio della prossima stagione, in modo da sensibilizzare il pubblico sulla nostra condizione di precarietà e di disagio lavorativo, considerata la latitanza pressochè totale della stampa che si è dimostrata succube dello strapotere di quest'individuo.

3) Uscire allo scoperto e manifestare tutta la rabbia per l'abbandono delle istituzioni che hanno reso l'attività teatrale sempre meno remunerativa e sempre più asfittica e rarefatta.

4) Denunciamo la gravissima e dilagante situazione di precariato e disoccupazione che tiene fermi a tempo indeterminato fior di professionisti che si vedono negare scritture e contratti in seguito alla scriteriata direzione artistica di gran parte delle sale italiane, protese solo a una logica di ricerca di nomi, impropriamente definiti tali ("logica" che peraltro non paga neanche al botteghino).


5) L'unico straordinario talento del Sig. Costanzo è stato solo quello, in anni e anni di caparbia e tenacissima arroganza, di redigere accurate liste nere (di puro stampo maccartista) che impedissero di continuare a fare dignitosamente il proprio lavoro a coloro che non gli erano graditi e molti sono spariti dallacircolazione in virtù di questo sotterraneo diktat, ancora piùrepellente di quello Bulgaro di oscena Berlusconiana memoria. Apprezziamo pertanto, fra le tante meritevoli dichiarazioni, quella del regista Paolo Emilio Landi, che svolge egregiamente il suo lavoro in Russia con ampi riconoscimenti e grandi soddisfazioni, soprattutto quando afferma che il suddetto Costanzo, almeno laggiù, non potrà fare granchè per ostacolargli la sua brillante carriera.



6) Il Sig. Costanzo ha tessuto per decenni una tale rete fittissima di favori e interessi ricambiati che nessuno giornalista si è preso la briga di demolire apertamente, su un importante organo di stampa le sue malefatte, perpetrate ai danni della cultura e del teatro.


7) Tutta questa indignazione sollevazione della nostra categoria, che i suoi solerti collaboratori gli avranno riferito per filo e per segno, lo ha avrà irritato molto relativamente, conscio che l'indignazione e la rivolta della nostra categoria, non scalfisce minimamente l'occupazione su territorio di gran parte delle sue attività redditizie.

8) La deriva del teatro italiano e sempre più critica ed è gravissimo e assolutamente INTOLLERABILE che attori professionisti di provata e valida esperienza debbano nel 2008, vivere una quotidiana condizione di frustrazione lavorativa e interpretativa perchè chi regge le fila del mercato (Costanzo and co.) continua, in seguito ad una logica del profitto, ad imbastire stagione dopo stagione, cartelloni di subcultura che mirano ad abbassare i gusti del pubblico, già devastati dall'orrore televisivo.

9) Concludiamo e speriamo che questo canale aperto dalla vostra associazione teatro italiano, rimanga aperto ancora a tutti gli attori per proposte fattive, in modo da tener desta l'attenzione della nostra vituperata categoria che non intende solo piangersi addosso ma è intenzionata a reagire per non essere mai più ostaggi di questi cattivi e perfidi maestri.

compagnia Teatrinsieme

mercoledì 30 luglio 2008

SiMbOLiSmO: POeSiA e FoTogRafiA




"Fiori carbonizzati, un oceano di nero...
Sepolcri neri, arsi, di metallo,
Paramenti funebri di carbone,
Nero profondo, un oceano di nero...

Tremavano scintille di sogno...
un oceano di nero;
Carbonizzato, l'amore esalava
Un profumo di piume arse, e pioveva..
.Nero, soltanto un oceano di nero..."

GeoRge BaCoViA





Gli angoli di una misteriosa Trieste e le parole di un poeta oscuro.
Simbolismo novecentesco e suggestioni suburbane.
Poesia e Fotografia e poesia, immagini e parole, luci e lettere, riflessi e punteggiature...

lunedì 28 luglio 2008

FoR My FaTheR







"Uno degli sguardi più originali e penetranti sulle relazioni umane", "uno dei registi più apprezzati dal pubblico e dalla critica", "uno dei nomi più in vista del cinema contemporaneo", Nuri Bilge Ceylan: “l'Antonioni turco”.



TuRkEy CiNeMaScOpE










Un grande fotografo, uno straordinario regista.

Arriva il suo nuovo, attesissimo film: ÜÇ MAYMUN (THREE MONKEYS). Anche questa volta Nuri Bilge Ceylan ci regala una storia toccante scandita come al solito da una regia impeccabile che gli è valsa l'Award for Best Director al Festival de Cannes. L'ennesimo riconoscimento per un'artista davvero eccezionale.



Synopsis:
A family dislocated when small failings blow up into extravagant lies battles against the odds to stay together by covering up the truth... In order to avoid hardship and responsibilities that would otherwise be impossible to endure, the family chooses to ignore the truth, not to see, hear or talk about it. But does playing "Three Monkeys" invalidate the truth of its existence?

martedì 22 luglio 2008



DA AMIDEILY - SABATO 19 LUGLIO - NUMERO TRE


Makin’...what?!?


6 x 60. È un’iniziativa makinga per incrementare la popolazione dei cineasti goriziani. 60 ore, 6 minuti di durata, tre vincoli (una funzione narrativa, una frasee un oggetto) da rispettare per ognuna delle venti truppe. Il risultato non è 360, ma tre: i corti vincitori dell’ultima edizione che verranno proiettati stasera al Parco Coronini all’interno di un’ipotetica rassegna Goriziana Off. È interessante riflettere sulla centralità e la funzione, in queste opere, della lente proprio in quanto elemento ottico capace di concentrare o divergere i raggi di luce. In See Through di Alessia Follador, una lente d’ingrandimento è usata come arma cyberpunk che trasforma in manichini coloro che si guardano troppo da vicino. In modo simile, in Carne in scatola, le lenti degli occhiali diventano elemento caratterizzante del look del villain: la malvagità del suo sguardo viene proiettata e diffusa fino a contagiare gli altri personaggi e ritorcendoglisi contro. Da tutt’altra prospettiva si pone il vincitore della Maratona, Carry On, dove le lenti degli occhiali rotti, sul naso dell’eroe, si fanno immagine espressionistica della sua interiorità e, ancora più a fondo, perfetta rappresentazione dell’incapacità di riconoscere il Bene in modo immediato.

Giuseppe e Martina



21:00 - Parco Villa Coronini Cronberg
La scrittura breve: MARATONA CINEMATOGRAFICA 6 X 60
Serata dedicata ai Vincitori della seconda edizione


Nella magnifica cornice del Parco Corinini sono stati proiettati in ordine ascendente i tre cortometraggi che hanno vinto. Si comincia con il 3° classificato See Through, si prosegue con Carne in Scatola che si è piazzato al 2° posto e si conclude con il vincitore della seconda edizione: Carry on di Antonio Privitera che si è classificato al 1° posto vincendo il Premio Palazzo del Cinema - Hisa Filma. A seguire il film rivelazione Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti.


PS: La foto è presa (in prestito) dalla photo gallery a cura di Silvia Profumi.

Ecco il link del sito:

lunedì 7 luglio 2008



A LoReNZA..
SeMpRE NeL Mio CuoRe.




Il premio Palazzo del Cinema al carillon di Antonio Privitera
6 Luglio 2008

Dopo tanti sacrifici e sofferenze abbiamo vinto..
Quando tutto sembrava perduto, quando le forze cominciavano a lasciarmi, quando le gambe non sapevano dove andare, quando i piedi non riuscivano a calpestare quella maledetta benedizione di cavana: una passerella di travi e legno, stanco, vecchio, imbruttito al passaggio di camion e carpentieri ha sorretto perfettamente il "peso" della mia m.d.p..
quando tutto sembrava lontano ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo gridato il nostro dolore a tutti, il nostro silenzio invadeva le strade e i rigattieri di città vecchia gli hanno data una dimora..

Il mio, il nostro eroe, fragile, invisibile, un guasto che aggiusta una società sempre in declino..
Una società che (pur essendo bombardata d'immagini e rumori) non sa vedere nè ascoltare..
A tutti voi che mi avete dato la possibilità di girare quello che da tempo mi portavo dentro, nel cuore, qualcuno mi ha scritto che ho il cuore che mi pulsa in testa.. spero allora di continuare ad avere queste emicranie vibranti, pulsanti..

Grazie a tutti.
Grazie al mio attoreeroedriver (Enrico), grazie alla mia montatricedialoghista (Ambra), grazie al mio musicistaguasto (Nicola)..
..grazie al mio assistentetecnicofotografo (Riccardo), grazie alle assistenzetruccoacquacibosorriso (Ahlem e Giulia).

Grazie al mio tesorobiondoazzurro (Marta) che pur essendo lontana è stata sempre accanto a me, grazie a Matteo, Gabry, Rob, Lillo, Caddu, Tech, Ele, grazie a tutti quelli che hanno creduto in me, grazie a tutti quelli che non scrivo ma che ci sono (e che mi hanno regalato questo liebec da morire), grazie a tutti quelli che sono diventati "noi".
Questo successo lo dedico a tutti voi..


Carry on vince “6*60”, la maratona di corti di Makin’GO
”Non preoccuparti. Lui ha i suoi sistemi per sapere le cose”. A differenza del suo protagonista, un “eroe invisibile” che trova il suo riscatto riparando un carillon, il siracusano (ma studente a Trieste) Antonio Privitera non ha avuto bisogno di sistemi particolari per apprendere di aver vinto la seconda edizione di “6*60 – Visioni a tutto campo”. Il premio Palazzo del Cinema / Hisa Filma (realizzato come gli altri dall’artista novagoricano Anton Spazzapan) gli è stato consegnato nella sala 1 del Kinemax Gorizia da Igor Princic - in rappresentanza dello sponsor Transmedia S.p.A. - al termine della cerimonia di premiazione della maratona organizzata da Makin’GO. Il riconoscimento a Carry on come miglior cortometraggio in concorso, ciò che è valso al suo autore anche la metà del montepremi da 4600 euro, ha rappresentato il momento culminante della serata di sabato 5 luglio.

Serata iniziata alle 18.00 con l’aperitivo che ha radunato in corte Bratina le 17 troupe in competizione (3 lavori non erano stati consegnati entro la deadline delle 10.00). Nel frattempo, i ragazzi e le ragazze dell’associazione studentesca mettevano a punto gli ultimi dettagli organizzativi e la giuria si trovava riunita per deliberare l’assegnazione dei riconoscimenti. Venuto a mancare rispetto alla scorsa edizione il premio del pubblico, il quintetto di addetti ai lavori guidato da Pierluigi Pintar ha dovuto operare una selezione non semplice, stante anche il buon livello medio delle opere presentate, rimarcato in sala dallo stesso presidente di giuria. Giuria – composta anche da Serena Agusto, Serena D'Urbano, Giuseppe Colella ed Igor Prassel (tutti professionisti del settore audiovisivo) – che ha compilato il palmares piazzando al secondo posto Carne in scatola di Nevio De Conti, storia di una vendetta girata in un secco bianco e nero.

Il gradino più basso del podio e l’ultima fetta del montepremi sono quindi andati alle Particelle elementari capeggiate da Alessia Follador: il loro See through ha messo in scena la visionarietà di un uomo in grado di trovare un’anima anche in oggetti inanimati come i manichini che popolano un cimitero d’auto. Una menzione speciale è stata poi assegnata alla sceneggiatura di Fragile, di Antonio Bosdachin, per l’efficacia con cui intreccio e dialoghi costruiscono l’evoluzione di un rapporto. A chiudere la lista, le novità di quest’anno, cioè i riconoscimenti alle migliori interpretazioni, maschile e femminile: la performance di Andrea Fontanelli nei panni della vittima che diventa carnefice ha portato un secondo premio nella cascina di Carne in scatola; a dare un sapore più internazionale alla manifestazione ha pensato invece Agathe Philippe, attrice francese di formazione teatrale ed esuberante interprete di Morto il 4 luglio, per la regia a sei mani di Luca Chinaglia, Elena Geri e Marco Rizzo.Al termine delle premiazioni la carovana di “6*60” si è quindi spostata al centro culturale di Nova Gorica, per la festa di chiusura a base di gulasch e birra, quest’ultima sapientemente mixata da miss Nina Vegas, rock-dj conosciuta ed apprezzata in molti club del Nordest.

[..]

Approfondimenti sul sito di MAKIN'GO:

E altri..:

martedì 1 luglio 2008



















IL RuOLo DeL CiNeMa e Dell’ArChiTeTTuRa Nella SoCieTà CoNteMpoRaNeA

Il cinema svolge un ruolo importante nella nostra società e come l’architettura fa parte di un meccanismo percettivo dell’arte totale[1], il loro rapporto è così importante tanto che nell’arte contemporanea (si pensi alle sperimentazioni del Fuksas) sono sempre più frequenti certe tecniche di rappresentazione (comunemente chiamate Installazioni Video) il cui supporto digitale (filmato/video) rappresenta lo strumento ideale con il quale visualizzare le opere architettoniche; l’immagine cinematografica è, insomma, un elemento linguistico dell’architettura nel suo farsi.
Cinema e architettura si trovano all’interno di un contesto socio-urbanistico ben definito, contribuiscono attivamente alla comprensione ed allo sviluppo delle città perché - come hanno sottolineato vivacemente due grandi esponenti di queste arti (quasi) complementari - cercano di rispondere ad esigenze spazio-temporali molto simili.
Riporterò di seguito una parte della conferenza che si è tenuta a Locarno all’interno dell’interessante Festival D‘arte Cinematografica. Il dibattito sul rapporto tra cinema ed architettura ha avuto come relatori il regista tedesco Wim Wenders e l’architetto romano Massimiliano Fuksas, protagonisti assoluti dell’attuale panorama artistico e concettuale:


[..]


Massimiliano Fuksas: Esistono due modi di relazione tra architettura e cinema: uno è quello di usare l'architettura come un palcoscenico, l'altro è quello secondo il quale è l'architettura ad usare il cinema, che poi è quello che io faccio nel mio lavoro. Dopo aver conosciuto Alfred Hitchcock, sono arrivato ad un’economia architettonica che prima non possedevo.

Wim Wenders: Noi due abbiamo una cosa in comune: le persone devono "abitare" le nostre creazioni, e questa è una bella responsabilità! Inoltre, sia il cinema che l'architettura, devono lasciare degli interstizi, degli spazi vuoti che permettano al fruitore di usare la fantasia, di completare il non-detto. Spesso i film, come gli edifici, sono costruiti senza aria, sono soffocanti, pieni, non lasciano spazio al respiro.

Massimiliano Fuksas: Infatti. In architettura già dagli Anni Ottanta esiste il concetto soprannominato "in between", che attribuisce valore maggiore al non-edificato, allo spazio vuoto. I film americani oggi sono "densi": basti pensare alla musica, che è continua, non lascia momenti di silenzio, nemmeno nei passaggi. Derrida ha studiato a fondo il concetto di interpretazione e la costruzione del senso, cosa che andrebbe essere sempre legata all'etica: un artista deve chiedersi sempre perché fa ciò che fa, se ciò che fa è necessario e se restituisce qualcosa del concetto che c'è alla base. Non bisogna cercare soluzioni, dare risposte, ma essere critici.


[..]


Wim Wenders: Tornando al discorso precedente, la forma esiste nel cinema per scomparire, per veicolare un concetto, deve essere invisibile. Noi registi lavoriamo molto sulle forme, e anche con il tempo, perché in un film lo spazio è implicito.

Massimiliano Fuksas: Il problema infatti è proprio il rapporto tra il visibile e l'invisibile in un'opera.

Wim Wenders: Quando la forma impone se stessa è brutta. Spesso mi capita di dover lasciare da parte le migliori inquadrature perché il film funzioni. La forma di per sé non è emozionante, ma del resto non si può prescindere dalla forma, perché è ciò che tiene in rapporto visibile e invisibile. A volte, anzi, essa produce senso, qualcosa dell'ordine dell'invisibile. Tornando al concetto iniziale che volevo esprimere, ovvero che il cinema nasce con la città, volevo dire che le metropoli sono luoghi che sottraggono tempo, il cinema è il veicolo che ci ricorda ciò che perdiamo. Riguardo al cinema americano, non bisogna usare come criterio la qualità: c'è qualità anche nell'intrattenimento! C'è il grande intrattenimento, ci sono i blockbuster e poi c'è tanta spazzatura. Non si può semplificare tutto al bianco e al nero! Certo, posso pensare che la mia vita sarebbe migliore se non avessi visto La guerra dei mondi, ma comunque mi ha aiutato a dimenticare, che è sempre utile. Di venti progetti che ho in mente, ne riesco a realizzare solo uno. E a volte i film che non ho fatto continuano a vivere e prendono corpo magari in una sola inquadratura. Nei miei film rimane quanto più spazio possibile, ed è proprio quello il mio vero lavoro. Il resto è struttura, architettura, appunto. Tutto ciò che non è necessario viene tagliato, per rivelare l'essenza.


Queste brevi ma specifiche osservazioni possono aiutarci nella ricerca della continuità linguistica del cinematografo e dell’architettura. Sopra si accennava alla forma, allo spazio ed al tempo. Vedremo quindi come (e quanto) queste coordinate incidano sul rapporto linguistico di cinema ed architettura; due mondi così (apparentemente) distanti eppure così vicini nella loro complessità espressiva: il concetto filosofico che si palesa attraverso l’uso delle parole è riconducibile al concetto cinematografico che si esprime attraverso le immagini, così come, questi, è strettamente legato al concetto architettonico che si esprime attraverso lo spazio.

  • Continueremo con l'analisi della Forma dello Spazio e del Tempo..

Buona Lettura.

venerdì 20 giugno 2008



Così chiudevamo:
Si noti bene che tra la prosa e la poesia non faccio distinzione di valore; la mia è una distinzione puramente tecnica.


Introduzione 2° parte

Tuttavia intendiamoci: la letteratura italiana, specie recente, è la letteratura degli “elzeviri”: essi sono eleganti e al limite estetizzanti: il loro fondo è quasi sempre conservatore e un po’ provinciale… insomma, democristiano. Fra tutti i linguaggi che si parlano in un Paese, anche i più gergali e ostici, c’è un terreno comune: che è la “cultura” di quel Paese: la sua attualità storica.

Così, proprio per ragioni di cultura e di storia, il calcio di alcuni popoli è fondamentalmente in prosa: prosa realistica o prosa estetizzante (quest’ultimo è il caso dell’Italia): mentre il calcio di altri popoli è fondamentalmente in poesia.

Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del “goal”. Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. In questo momento lo è Savoldi. Il calcio che esprime più goals è il calcio più poetico.

Anche il “dribbling” è di per sé poetico (anche se non “sempre” come l’azione del goal). Infatti il sogno di ogni giocatore (condiviso da ogni spettatore) è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare. Se, entro i limiti consentiti, si può immaginare nel calcio una cosa sublime, è proprio questa. Ma non succede mai. E un sogno (che ho visto realizzato solo nei Maghi del pallone da Franco Franchi, che, sia pure a livello brado, è riuscito a essere perfettamente onirico).

Chi sono i migliori “dribblatori” del mondo e i migliori facitori di goals? I brasiliani. Dunque il loro calcio è un calcio di poesia: ed esso è infatti tutto impostato sul dribbling e sul goal.

Il catenaccio e la triangolazione (che Brera chiama geometria) è un calcio di prosa: esso è infatti basato sulla sintassi, ossia sul gioco collettivo e organizzato: cioè sull’esecuzione ragionata del codice. Il suo solo momento poetico è il contropiede, con l’annesso “goal” (che, come abbiamo visto, non può che essere poetico). Insomma, il momento poetico del calcio sembra essere (come sempre) il momento individualistico (dribbling e goal; o passaggio ispirato).

CoNcLuSiONe

Il calcio in prosa è quello del cosiddetto sistema (il calcio europeo): il suo schema è il seguente:



il “goal”, in questo schema, è affidato alla “conclusione”, possibilmente di un “poeta realistico” come Riva, ma deve derivare da una organizzazione di gioco collettivo, fondato da una serie di passaggi “geometrici” eseguiti secondo le regole del codice (Rivera in questo è perfetto: a Brera non piace perché si tratta di una perfezione un po’ estetizzante, e non realistica, come nei centrocampisti inglesi o tedeschi).


Il calcio in poesia è quello del calcio latino-americano: il suo schema è il seguente:



schema che per essere realizzato deve richiedere una capacità mostruosa di dribblare (cosa che in Europa è snobbata in nome della “prosa collettiva”): e il goal può essere inventato da chiunque e da qualunque posizione.
Se dribbling e goal sono i momenti individualistici-poetici del calcio, ecco quindi che il calcio brasiliano è un calcio di poesia. Senza far distinzione di valore, ma in senso puramente tecnico, in Messico [Olimpiadi 1968] è stata la prosa estetizzante italiana a essere battuta dalla poesia brasiliana.

(Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull’arte)


Buona Lettura.

mercoledì 18 giugno 2008


"I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo “Stukas”: ricordo dolce bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso".
Pier Paolo Pasolini

Ci sembra doveroso dedicare un piccolo(?) spazio alla grande opera d'arte concettuale (il passaggio del turno contro i pronostici di reazionari e mocassinati 70enni) che ieri sera ha permesso a Rai1 di trasmettere, grazie al "vecchio" etere, un capolavoro calcistico di rara potenza e suggestione espressiva (l'impresa italiana contro i veleni transalpini e le invidie galliche è da ricordare nonostante - o soprattutto per - gli errori d'inizio europeo): Che Soddisfazione!


Grazie Azzurri!


Cosa avrebbe provato Pier Paolo Pasolini se avesse visto, comodamente dalla poltrona di casa sua, quest' incredibile ITALIA-FRANCIA?
Certamente commozione ed emozione. Orgoglio umano, artistico, intellettuale e sporitivo.


LA NOSTRA PROTESTA(TA) PREHIERA

Contro lo snobismo mediostoltorottoinculo, contro l'ignoranza di tanto giornalismo sportivo, contro gli insulti, le pedanterie, contro la massa che con presunzione cerca un'emancipazione culturale lontano dalla magia del calcio, contro il sistema che mercifica un'emozione che non ha prezzo (fino a prova contraria è - solo - il calcio ad accomunare migliaia di persone dalle più disparate derivazioni culturali e linguistiche), contro l'ipocrisia del (mancato?) valore artistico, contro chi ignora il fascino dello sport più bello del mondo, contro chi non vuole accettare il fatto che Il calcio, come ha affermato Pier Paolo Pasolini, "è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l'unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro".




IL CALCIO SECONDO PASOLINI

Introduzione

«[…] Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato.

Infatti le “parole” del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato. Ora, come si formano queste ultime? Esse si formano attraverso la cosiddetta “doppia articolazione” ossia attraverso le infinite combinazioni dei “fonemi”: che sono, in italiano, le 21 lettere dell’alfabeto.

I “fonemi” sono dunque le “unità minime” della lingua scritto-parlata. Vogliamo divertirci a definire l’unità minima della lingua del calcio? Ecco: “Un uomo che usa i piedi per calciare un pallone” è tale unità minima: tale “podema” (se vogliamo continuare a divertirci). Le infinite possibilità di combinazione dei “podemi” formano le “parole calcistiche”: e l’insieme delle “parole calcistiche” forma un discorso, regolato da vere e proprie norme sintattiche.

I “podemi” sono ventidue (circa, dunque, come i fonemi): le “parole calcistiche” sono potenzialmente infinite, perché infinite sono le possibilità di combinazione dei “podemi” (ossia, in pratica, dei passaggi del pallone tra giocatore e giocatore); la sintassi si esprime nella “partita”, che è un vero e proprio discorso drammatico.

I cifratori di questo linguaggio sono i giocatori, noi, sugli spalti, siamo i decifratori: in comune dunque possediamo un codice.

Chi non conosce il codice del calcio non capisce il “significato” delle sue parole (i passaggi) né il senso del suo discorso (un insieme di passaggi).

Non sono né Roland Barthes né Greimas, ma da dilettante, se volessi, potrei scrivere un saggio ben più convincente di questo accenno, sulla “lingua del calcio”. Penso, inoltre, che si potrebbe anche scrivere un bel saggio intitolato Propp applicato al calcio: perché, naturalmente, come ogni lingua, il calcio ha il suo momento puramente “strumentale” rigidamente e astrattamente regolato dal codice, e il suo momento “espressivo”.

Ho detto infatti qui sopra come ogni lingua si articoli in varie sottolingue, in possesso ciascuna di un sottocodice.

Ebbene, anche per la lingua del calcio si possono fare distinzioni del genere: anche il calcio possiede dei sottocodici, dal momento in cui, da puramente strumentale, diventa espressivo.
Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico.

Per spiegarmi, darò – anticipando le conclusioni – alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un “prosatore realista”; Riva gioca un calcio in poesia: egli è un “poeta realista”.

Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un “poeta realista”: è un poeta un po’ maudit, extravagante.

Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da “elzeviro”. Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul “Corriere della Sera”: ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti.

Si noti bene che tra la prosa e la poesia non faccio distinzione di valore; la mia è una distinzione puramente tecnica.

Continua...



LA PALLA DI "CARTA"


Estratti da Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini:

[...] quando i ragazzini s’erano ormai stufati di giocare, un sabato, alcuni giovanotti più anziani si misero sotto la porta col pallone tra i piedi. Formarono un cerchio e cominciarono a fare del palleggio, colpendo la palla col collo del piede, in modo da farla scorrere raso terra, senza effetto, con dei bei colpetti secchi. Dopo un po’ erano tutti bagnati di sudore, ma non si volevano togliere le giacche della festa o i maglioni di lana azzurra con le strisce nere o gialle, a causa dell’aria tutta casuale e scherzosa con cui s’erano messi a giocare[…]


[...] Tra i passaggi e gli stop si facevano due chiacchiere. “Ammazzete quanto sei moscio oggi, Alvà!” gridò un moro, coi capelli infracicati di brillantina. “‘E donne”, disse poi, facendo una rovesciata. “Vaffan...”, gli rispose Alvaro, con la sua faccia piena d’ossa [...] Cercò di fare una finezza colpendo il pallone di tacco, ma fece un liscio, e il pallone rotolò lontano verso il Riccetto e gli altri che se ne stavano sbragati sull’erba zozza. Allora il roscetto si alzò e senza fretta rilanciò il pallone verso i giovanotti. […]


  • Pubblicheremo nei prossimi giorni la conclusione pasoliniana sulla questione relativa all'artisticità del linguaggio calcistico..

Buona Lettura.

lunedì 16 giugno 2008




Cantus

Voglia il cielo che il lettore, reso ardito e momentaneamente feroce come ciò che legge, trovi, senza perdere l’orientamento, il suo cammino scosceso e selvaggio attraverso le paludi desolate di queste pagine oscure e avvelenate; infatti, a meno che non applichi alla lettura una logica rigorosa e una tensione intellettuale pari almeno alla sua diffidenza, le esalazioni mortali di questo libro gli impregneranno l’anima come l’acqua lo zucchero. Non è bene che tutti leggano le pagine che seguono; pochi soltanto potranno assaporare senza pericolo questo frutto amaro. Perciò, anima timorosa, prima di avventurarti oltre in queste lande inesplorate, volgi indietro i tacchi, e non in avanti.





Magister

..si è avuto paura che la loro poesia uscisse dai libri e rovesciasse la realtà..

L'atmosfera del 2004, la montagna dell' "ocirihc", la luce delle candele di campagna, il silenzio dell'umidità, il canto degli animali, le pagine gialle del libro oscuro e i ciuri ciaurusi che con cura - come un rituale i 'na vota - preparavamo per la fumata (noi piccoli allievi nella casa del maestro)..
Ricordi? Noi, io e te, poeti maledetti dalla dannata voglia (la nostra) di vivere come sognavamo: fuori dal mondo ma dentro il nostro tempo..





Grates Frater

Le tue immagini come quelle della nostra giovinezza (non si può essere seri a diciasette anni scriveva qualcuno e cantava qualche altro..) ritornano prepotenti ad illuminare questo momento di buio e smarrimento. Questo è un piccolo sforzo di chi - credendo in te - cerca do trovare i rami della poesia tra le macerie, in questa scuarciata artiglieria. Attraverso la tecnologia risuona il grido del bambino nella cava. La nostra è la cava dei porci e io ti ringrazio così.




Perāctio

..J’ai reçu la vie comme une blessure, et j’ai défendu au suicide de guérir la cicatrice..

La pozione più lenitiva che ti consiglio, è un catino pieno di pus blenorragico in grumi, in cui siano stati preliminarmente sciolti una cisti pelosa dell’ovaia, un cancro follicolare, un prepuzio infiammato, rovesciato indietro dal glande da una parafimosi, e tre lumache rosse. Se segui le mie prescrizioni, la mia poesia ti accoglierà a braccia aperte, come un pidocchio recide con i suoi baci la radice di un capello.

Sono sporco. Roso dai pidocchi. I porci, quando mi guardano, vomitano. Le croste e le escare della lebbra m'hanno reso squamosa la pelle, coperta di pus giallastro.

Eppure talvolta mi accade di sognare, ma senza mai perdere per un solo istante il vivo senso della mia personalità e la libera facoltà di muovermi: sappiate che l’incubo nascosto negli angoli fosforici dell’ombra, la febbre che mi palpa il volto con il suo moncherino, ogni animale impuro che allunga il suo artiglio sanguinante, ebbene, è la mia volontà che, per dare un alimento stabile alla sua perpetua attività, li fa girare in tondo.


  • Buona Visione e buona lettura (maledetta scrittura..)

sabato 31 maggio 2008

AkiRa KuRoSaWa: iL TrONo Di SaNgUe


“Ho dimenticato Shakespeare e ho girato il film come se fosse una storia del mio paese”
(A. Kurosawa)

Il lungometraggio di Kurosawa trasporta il dramma shakesperiano nel Giappone delle guerre civili del XVI secolo. L’intensità stilistica, diversamente dal Macbeth di Welles in cui è il piano-sequenza a suggerire l’unità spazio-temporale, è dettata da una messinscena rigorosa e formale dove il Forte del Nord, il Castello e la Foresta rappresentano le tre principali unità d’azione di questa trasposizione.
Uno sperimentalismo visivo che prevale sulla linearità dei dialoghi e un montaggio che sottolinea la ripetitività ipnotica delle inquadrature fanno di questo film uno dei vertici della cinematografia shaksperiana e non solo.
Nella pellicola del maestro giapponese si possono trovare tutti gli elementi che differenziano un grande film da un capolavoro assoluto: una semplicità registica quasi disarmante, un’incredibile Taketoki Washizu (interpretato da Toshiro Mifune, attore feticcio di Kurosawa), nobile a cui viene profetizzata l'ascesa al potere e l'invincibilità fino a quando la foresta non si muoverà verso il suo castello. Il climax del film arriva proprio quando Washizu, in balia del proprio destino, si troverà realmente di fronte all’arrivo della foresta: l'esercito nemico che avanza proteggendosi con i rami degli alberi è un momento di cinema indimenticabile.


Come già accadeva nel film di Welles anche in Il trono di sangue l’interesse narrativo del regista si concentra nella seconda parte del film dove la caratterizzazione del protagonista si accentua e il tragico futuro a cui va incontro rappresenta la chiave di lettura del film: il simbolismo iniziale si evolve in un’allegoria figurativa, la m.d.p. più che suggerire riesce a catturare il “dramma interiore”, l’angoscia esistenziale è racchiusa nello sguardo di Washizu che sembra temere più le sue vittime che i nemici in carne ed ossa, la paura lascia il posto ad una follia che meglio non si poteva descrivere.
Questa soluzione è un ottimo esempio di come il cinema sfruttando la forza delle immagini riesca a risolvere e, a volte, superare i limiti narrativi della letteratura e della drammaturgia.



Il trono di sangue (Kumonosu-Jo, 1957, 110')
Regia: Akira Kurosawa


Il regista evita il confronto linguistico con Shakespeare, non si cimenta in un’operazione certosina che lo potrebbe indurre a banalizzare la grandezza del testo originale, forma ed espressione; questo è quello che conta. Scene e sequenze alternano inesorabilmente l’angoscia delle “ombre” dei due guerrieri che si confondono con e nella nebbia, un continuo entrare ed uscire da un incubo che solo in apparenza può sembrare meno efficace della “claustrofobica” soluzione visiva foresta-labirinto.

Un libero adattamento piuttosto che una trasposizione, molti critici hanno così (frettolosamente?) riassunto il lavoro di Kurosawa che, come solo i grandi maestri sanno fare, riesce a tradurre in immagini tante suggestioni che la poetica shakesperiana affidava originariamente ai dialoghi o addirittura ai monologhi; altrettanto coerente risulta l’eliminazione di alcuni personaggi di contorno e la “trasformazione” delle tre streghe in un'unica Parca.
La caratteristica più importante è forse l’esemplare realizzazione di una dimensione onirica, un non-luogo che ci restituisce la componente mitica del rapporto fra libertà dell’eroe e destino, una componente che affonda le sue radici nella tragedia classica.


"Per adattare Macbeth al gusto giapponese, ho scelto la forma del no, che è priva di ogni complessità. Tutto è stato fatto seguendo questo principio, e ci siamo serviti perciò il meno possibile di primi piani, lasciando tutto in campo lungo. Anche nelle scene più piene di passione, la macchina da presa non si avvicina ai personaggi"
(A. Kurosawa)

  • Proponiamo il fantastico trailer del capolavoro di Kurosawa.
  • Un film stupendo, la cui tensione formale è davvero più unica che rara.

Buona Visione

giovedì 29 maggio 2008


"Il Macbeth di Orson Welles è un film maledetto, nel senso nobile del termine. Lascia gli spettatori sordi e ciechi, e credo proprio che le persone che lo apprezzeranno (alle quali io mi vanto di appartenere) siano molto poche. Welles ha girato assai in fretta questo film, dopo innumerevoli prove. Vale a dire che voleva preservargli il proprio stile teatrale, cercando di provare che il cinema può mettere la sua lente su tutte le opere e disprezzare il ritmo che si immagina essere quello del cinema. Il Macbeth di Welles ha una forza selvaggia e disinvolta.Con il capo coperto di corna e di corone di cartone, vestiti di pelli come i primi automobilisti, gli eroi del dramma si muovono nei corridoi di una specie di metropolitana di sogno, in scantinati distrutti dove l'acqua gocciola, in una miniera abbandonata. Nessuna ripresa è casuale. La cinepresa si trova sempre piazzata in luoghi da dove l'occhio del destino segue le proprie vittime".
(Jean Cocteau, 1950)

Welles nasconde i limiti produttivi con una stilizzazione accentuata, quasi esasperata, una lettura del Macbeth molto violenta se si considera soprattutto la riflessione visiva che il regista c’impone concentrandosi sugli incubi e sugli orrori che Macbeth vive in una decadente autodistruzione, figlia di quella sete di potere, che caratterizza l’ascesa al trono macchiata con il sangue e con l’inganno.
Welles rispetta le modalità sceniche e i tempi di Shakespeare, i movimenti della macchina da presa giocano un ruolo determinante all’interno dell’azione: i lunghi piani-sequenza che caratterizzano l’intero film accompagnano lo spettatore oggettivandone l’esperienza di visione: tempo diegetico (della storia) e tempo del film spesso coincidono, questo vuol dire che lo spettatore è chiamato a “testimoniare” ciò che vede piuttosto che colmare ciò che non vede, il regista di Citizen Kane sembra abbandonare quelle punteggiature filmiche (ellissi temporali e flashback) che caratterizzavano invece il suo primo film. Welles lavora molto sui dialoghi. Non inventa praticamente nessuna battuta, anzi molto spesso lascia che sia il testo originale ad integrarsi all’interno della sua macchina scenica, un lavoro di regia sempre al servizio dell’azione, esemplare, a tratti intensa se non eccessiva ma sempre in equilibrio con la riflessione, elemento tipico nella drammaturgia shakesperiana. L’abbondante uso dei monologhi è giustificato dal conflitto interiore che interessa al regista, Macbeth infatti si avvia lentamente ad una progressiva solitudine, una lenta disfatta in cui l’ambizione è letteralmente cancellata dall’incubo e dalla paura che il sangue versato per il primo assassinio non sarà né il primo né l’ultimo. Welles, interpretando personalmente il ruolo del protagonista, privilegia il personaggio di Macbeth riservando un’attenzione secondaria ma non superficiale agli altri ruoli.


MACBETH (Macbeth, USA 1947-48, 107')
Regia: Orson Welles

Il film procede secondo due linee ben definite: da una parte la stilizzazione dei costumi e il simbolismo scenografico garantiscono una teatralità indispensabile, dall’altra l’uso delle tecniche cinematografiche, che, come accade nella scena del banchetto, rendono possibile ciò che a teatro è irrealizzabile: la complessità dell’apparizione dello spettro di Banquo è fondamentale per capire la volontà originaria di Shakespeare, l’uso della soggettiva infatti rispetta l’ambiguità del testo (a teatro invece dovremmo risolvere il dilemma “mostrare o non mostrare?”), alternando la tecnica del campo e contro-campo lo spettatore ha l’impressione che il fantasma si manifesti solo a Macbeth e non al resto dei personaggi presenti nella scena. Sfruttando le risorse del teatro (una drammaturgia più verbale che visiva), e ricorrendo alle soluzioni tipicamente cinematografiche (la luce quasi espressionista, la nebbia della sequenza iniziale ripresa nelle ultime inquadrature in cui compaiono le figure delle streghe..) Welles riesce a trasmetterci quel senso di inquietudine, leitmotiv del film e dell’intera esistenza di Macbeth, affidando ad un lento logoramento fisico e spirituale* l’inesorabilità del tragico destino a cui non può più sfuggire.

Una regia alternativa per l’epoca, un’ardua sperimentazione visiva che pone l’accento sulle tecniche cinematografiche future. Insomma un grande film, un altro grande Welles ancora una volta in anticipo sui tempi. Illuminante a tal proposito risulta l’intervento di un’autorevole teorico del cinema: "Da tempo sosteneva che si poteva girare Shakespeare cavandosela con poco, a condizione di preparare minuziosamente la realizzazione con lunghe prove e girando quasi tutto di seguito, quando gli attori padroneggiassero a fondo le loro parti e i loro movimenti, con un'accurata regolazione delle luci.Insomma, quello che Welles stava per inventare avanti lettera, e senza che allora si fosse in grado di accorgersene, era la tecnica di regia televisiva".
(Andrè Bazin, 1950)

*Si pensi ai monologhi e alle paure che tormentano il protagonista, anche noi, insieme a lui, viviamo questo tragico destino: una decadenza dell’eroe che il regista enfatizza sottolineando il suo degrado esteriore, col procedere della storia l’aspetto di Macbeth e quello della sua dimora diventano sempre più repellenti.

- Proponiamo l'incipit della memorabile sequenza iniziale...

Buona Visione

lunedì 26 maggio 2008


Il capolavoro shakespeariano e le contraddizioni cinematografiche


Shakespeare, Macbeth, II.1

MACBETH - (to Servant)
Go bid thy mistress, when my drink is ready,
She strike upon the bell. Get thee to bed.

(Exit Servant)
Is this a dagger which I see before me,
The handle toward my hand?
Come, let me clutch thee.
I have thee not, and yet I see thee still.
Art thou not, fatal vision, sensible
To feeling as to sight? or art thou but
A dagger of the mind, a false creation,
Proceeding from the heat-oppressed brain?
I see thee yet, in form as palpable
As this which now I draw.
Thou marshall’st me the way that I was going;
And such an instrument I was to use.
Mine eyes are made the fools o’ the other senses,
Or else worth all the rest; I see thee still,
And on thy blade and dudgeon gouts of blood,
Which was not so before. There’s no such thing:
It is the bloody business which informs
Thus to mine eyes. Now o’er the one half-world
Nature seems dead, and wicked dreams abuse
The curtain’d sleep; witchcraft celebrates
Pale Hecate’s offerings, and wither’d murder,
Alarum’d by his sentinel, the wolf,
Whose howl’s his watch, thus with his stealthy pace.
With Tarquin’s ravishing strides, towards his design
Moves like a ghost. Thou sure and firm-set earth,
Hear not my steps, which way they walk, for fear
Thy very stones prate of my whereabout,
And take the present horror from the times,
Which now suits with it. Whiles I threat, he lives:
Words to the heat of deeds too cold breath gives.
(A bell rings)
I go, and it is done; the bell invites me.
Hear it not, Duncan; for it is a knell
That summons thee to heaven or to hell. (Exit)

Macbeth: uno sguardo da occidente ad oriente

Due maestri del cinema si confrontano con una grande opera di Shakespeare: Macbeth, una delle tragedie più brevi del drammaturgo anglosassone.

Come la letteratura rispecchia nel suo linguaggio (quello delle parole) il tipico ed il mitico dall’influenza storico-geografica dell’autore, così anche un adattamento, una riduzione cinematografica può attualizzare, riproponendo sotto nuove vesti un’opera, come quella di Shakespeare, che necessariamente deve essere “tradita” per poi essere esaltata ed apprezzata dall’affascinante linguaggio del cinema: le immagini.
Cosa più delle immagini possono darci chiare indicazioni storico-geografiche riguardo all’autore (in questo caso il regista) ed alla sua filosofia? Un’opera, concepita nel periodo di massima attività creativa del drammaturgo, che a più di quattrocento anni dalla sua realizzazione continua a coinvolgerci e a stupirci. Una rilettura, quella della settima arte, quanto mai necessaria.


Grazie ai testi di Paola Quarenghi, riguardanti il rapporto tra Macbeth e il cinema, sono riuscito ad approfondire la questione sollevata dalle problematiche e dalle difficoltà che un testo come il Macbeth impone ad una messinscena teatrale, difficoltà che sembrano invece esaltare il linguaggio del cinema: dalla soggettiva al primo piano. Analizzando la naturale predisposizione della poetica shakespeariana all’adattamento cinematografico ho notato come, anche in questo senso, il genio di Shakespeare può essere letto come l’autore futuribile per eccellenza.

Dalla penna alla macchina da presa

1) Macbeth secondo Orson Welles;

2) Macbeth secondo Akira Kurosawa.

- PS: Le analisi dei film saranno pubblicate nei prossimi giorni.

venerdì 23 maggio 2008


"il cinematografo è una scrittura con immagini in movimento e suoni"
Robert Bresson

Tra le sue opere il regista francese può vantare anche uno straordinario testo la cui innovativa formalità espressiva trova nella raccolta del 1975, Notes sur le cinématographe, (Paris, Gallimard) la naturale dimensione letteraria; riflessioni, aforismi lapidari e sperimantazioni linguistico-visive dalle notevoli possibilità espressive, "costituiscono un contributo fondamentale, nato dalla passione e dall'intelligenza, sia per il lettore attento al cinema sia per chiunque voglia capire l'enigma dell'immagine e la natura complessa della riproduzione."

IL CINEMA SONORO HA INVENTATO IL SILENZIO


La "letterarietà" e la difficoltà dell'interpretazione critica attraverso la storia di un'arte che è stata a lungo costretta ad affermare la dignità concettuale e l'autonomia estetica della propria specificità espressiva.


Non bisogna girare per illustrare una tesi, o per mostrare uomini e donne fermi al loro aspetto esteriore, ma per scoprire la materia di cui sono fatti. Raggiungere quel "cuore del cuore" che non si lascia afferrare né dalla poesia, né dalla filosofia, né dalla drammaturgia.

L'OPERA LETTERARIA NEL RACCONTO CINEMATOGRAFICO
"C'è una profonda scissione, nel nostro mondo culturale, tra la critica letteraria e la critica cinematografica. [...] Il ricambio tra letteratura e cinema, questi due mezzi espressivi di una stessa cultura, di una stessa storia, avviene nel più puro e casuale disordine, senza mai una luce interpretativa. Il rimedio a questa assurda coesistenza? E' uno solo, e consiste nell'impiantare criticamente, con gli stessi interessi estetici e ideologici, lo studio su un libro o su un film, tenendo conto appunto che la differenza è semplicemente tecnica, e che l'analisi descrittiva - pur descrivendo processi espressivi diversi - ha la stessa funzione critica." Esordiva così la critica comparata, del 23 febbraio 1960, di Pier Paolo Pasolini alla Dolce vita di Fellini, una recensione che, come spesso accade nelle opere dell'artista friulano, riassume rigore saggistico e intuizione teorica.
Uno dei concetti-chiave che esplicitano il problema del racconto sul piano del fruitore (lettore-spettatore) è sicuramente quello della "composizione".
La complicazione per il cinema (rispetto alla letteratura) deriva dal fatto che il suo linguaggio è composito, immagini e suoni il cui "gioco testuale", a differenza del destinatario letterario che - come ha sottolineato Umberto Eco - ne è elemnto costitutivo: , non si limita a raccontare ma bensì a mostrare ciò che al lettore era dato immaginare.

mercoledì 7 maggio 2008


"If I'd observed all the rules, I'd never have got anywhere."

Beijing, ottobre 2007
La mostra di Paolo Gioli, a cura di Paolo Vampa, nello spazio di offiCina a Pechino gestito da Rosario Scarpato e Monica Piccioni, si è inaugurata in occasione del Festival di arte contemporanea del distretto artistico della ex fabbrica 798, uno dei fulcri culturali della capitale cinese e offre un interessante approccio all’autore attraverso due filmati di cui il famoso “Marilyn” e alcune opere fotografiche.

L’eleganza delle opere di Paolo Gioli viene fuori dalla poetica della sua tecnica espressiva che domina il linguaggio fotografico e filmico. Considerato un mago ottico e poeta, Gioli riesce ad esplorare le più svariate forme di “mutazione della pellicola e le sue metamorfosi”. Fin dagli anni Sessanta è stato un artista fuoriclasse e un cineasta molto innovatore, confrontandosi con pellicole, litografie, fotografie e sculture e si è affermato come il capostipite del Cinema Sperimentale degli anni ’60 e ’70, assorbendo anche le tecniche delle avanguardie degli anni ‘20 del XX secolo.




Filmarilyn, 1992, 10’, 16 mm, silenzioso

Splendida la pellicola “Marilyn”, presente nelle maggiori collezioni di arte Contemporanea come il Moma o il Georges Pompidou. Nata come un gioco tra Paolo Gioli e il suo amico e collezionista Paolo Vampa, "Marilyn" è uno degli omaggi più belli all’attrice maledetta nella morte.

Paolo Vampa regalò a Gioli un libro di fotografie e fotogrammi scattati da un fotografo di Marilyn Monroe due settimane prima della sua morte e mai pubblicate perché furono scartate dalle principali riviste di moda come Vogue perché risultavano provocanti o presumibilmente soggette a censura visto che in alcune l’attrice americana era totalmente svestita. In questi fotogrammi, si possono ammirare gli ultimi bagliori della sex Symbol e della sua estrema fragilità, della sua bellezza maliziosa e naturale, nonché tutta la tristezza che affiora nel suo sguardo ormai prigioniero dei vizi e della visone del decadimento del proprio fisico. Paolo Gioli partendo da questi fotogrammi ha ricostruito una storia, una favola poetica, in cui riafferma la spontaneità naturale e l’allegria disinvolta della Diva ma innanzitutto elevandola a mito e a simbolo della femminilità: dilaniata da momenti di estrema passione e di esaltazione, come nell’allegria iniziale dei fotogrammi fino a rappresentare come in una allegoria la sua dipendenza all’alcool, la sua decadenza fisica e infine la sua morte. La vanità iniziale, la maliziosità dello sguardo e l’innato gusto forse superficiale per le pellicce o gli abiti che fanno sentire una donna bella e felice e infine la nudità vissuta come strumento sessuale e sensuale.

Oltre alla storia sottostante di Marilyn, il montaggio della pellicola è un capolavoro e una perla non solo per gli amanti della Settima arte ma anche per i profani. Paolo Gioli è riuscito a costruire una storia, con fotogrammi creando un ritmo veloce e alternato, soffermandosi e focalizzando alcuni dettagli, e offrendo allo spettatore la sensazione tattile e visiva del cinema dei fratelli Lumiere e trasportando ad oggi il senso dell’autenticità materica delle loro pellicole.

Concludiamo con le parole di Paolo Vampa che evidenzia il fatto che “Paolo Gioli è riuscito a dare di nuovo vita a Marilyn. Fatto ancor più suggestivo e tragico se si pensa che dopo due settimane l’attrice muorì” e dunque questo montaggio postumo sembra far rivivere gli ultimi istanti di vita dell’attrice.
Carlotta Degl’Innocenti


"Hollywood is a place where they’ll pay you a thousand dollars for a kiss and fifty cents for your soul."
Marilyn Monroe

sabato 3 maggio 2008

L'AtalAnTe: JeaN VigO e L'oNiRicO


No, Mozart non è stato divino, e Vigo non è stato poetico.
François Chevassu

Jean Vigo (1905-1934), tra rivolta e avanguardia, ha raccontato l'infanzia e l'amore come solo un anarchico poteva fare. La scoperta di un artista conosciuto solo dopo la sua morte, negli anni Cinquanta, quando Paulo Emilio Salès Gomès gli dedicò una monumentale biografia.

La sua vita leggendaria ha incarnato il "destino di una maledizione" dove gli elementi dello straordinario si possono collegare alla figura del padre, Eugène-Bonaventure de Vigo, che nel 1900 aveva cambiato il nome in Miguel Almereyda dopo esser stato condannato per attività sovversive. Come il padre, crebbe nell'isolamento, visse (nel)la segregazione e morì giovane, nel 1934, a soli 29 anni.

"Comme c'est gentil d'étre venus. Nous vous attendions pour commencer la féte et servir les biscuits secs, archisecs comme la chatte de l'archiduchesse est sèche, archisèche".



SuBliMe ReStAuR(aT)o
il fascino di un'autentica opera d'arte dopo (quasi) 90 anni

Capolavoro assoluto, pellicola maledetta che ha trovato la luce solo dopo l'agonia del regista francese.
1933, la tubercolosi che affligge Jean Vigo complica le riprese, il montaggio affidato a Louis Chavance riceve l'approvazione del regista che (in seguito al peggioramento delle sue precarie condizioni di salute) non riuscirà a presentare l'Atalante così come lo aveva immaginato, sognato e creato.
Estetica e naturalismo si fondono nelle atmosfere delle riprese di Boris Kaufman, fratello del regista Dziga Vertov (Kinoglaz, Celovek s Kinoapparatom) e fedele collaboratore di Jean Vigo, "ascetismo" fotografico e "impressionismo" luministico fanno da contappunto alla plasticità delle musiche di Jaubert.

Riproponiamo la sequenza memorabile* in cui la materia cinematografica si modella dando vita al sogno di Jean: la visione di Jiuliette vestita da sposa.
Un tuffo nel fiume, flusso inesorabile che trasporta e trascina, l'acqua è l'elemento misterioso di un immaginario scenografico che, attraverso il paesaggio fluviale, cattura lo sguardo accompagnando lo spettatore in un viaggio surreale dove il realismo delle immagini è, per la prima volta, in sintonia con il linguaggio della memoria e della riflessione.

Jean Vigo è riuscito a regalarci, in modo naturale e leggero, un film il cui soggetivismo onirico costituisce la base di partenza per tutto il cinema della modernità.

*[Probabilmente molti di voi, pur non avendo visto il film di Vigo, riconosceranno la scena/sequenza sott'acqua, immagini-manifesto (insieme alla Patti Smith di Because the Night) del programma di Enrico Ghezzi, Fuoriorario].

Buona Visione.

giovedì 24 aprile 2008

Dj ShaDoW & WoNg KaR Wai: Six DayS


- Luglio 2004: Seduto su di un vecchio divano color tessuto, leggevo le mie solite brochure cinematogrifiche che, nelle scottanti mattine estive di una Trieste quasi abbronzata, rappresentano le poche pillole di cultura che uno studente assonnato è disposto ad ingoiare. Nel salotto non c'era lo stereo, solo cd polverosi e una vecchia tv che mi concedeva un pò di Mtv.

I libri e le loro pagine erano ventagli contro i sensi di colpa; soffiavano sul collo quando, appesantiti dal sudore, smettevano di fissarti, immobili, sotto gli occhi, tra le dita. Accarezzato dal vento, cartaceo e afoso, me ne stavo addormentato sotto la croce d'ombra della finestra quando, improvvisamente, delle immagini un pò confuse e un ritmo inaspettato mi sorpresero in un dormiveglia surreale. Sguardi eleganti e abbracci voluttuosi, parole "cristalline" che interagivano con i corpi degli amanti:

"Tomorrow never comes until it's too late...."

Cazzate a parte, son passati quasi quattro anni da quando, per la prima volta, ascoltai quel fottuto genio di Dj Shadow. Non capivo, ma quel beat straordinario e coinvolgente era qual cosa di meraviglioso, un viaggio onirico che solo chi concepisce un album come Entroducing può regalare. They were my first Six Days.





- Aprile 2008: Ho visto il nuovo film di Wong Kar Wai, My Blueberry Nights.
Inconfondibile sguardo intimista che tra luci soffuse e locali fumosi ci regala un'esperienza visiva che va oltre la dolcezza passionale delle inquadrature e il calore seducente dei ralenti. I flou e movimenti di macchina ipnotizzano, incantano, giocano con lo sguardo di chi si perde nella contemplazione di questo Bacio Romantico, allegoria di un'ellissi temporale che mi riporta indietro nel tempo, quando al bacio di Norah Jones e Jude Law si preferivano le carezze e le labbra di Chang Chen e Danielle Graham.
Un Déjà vu romantique insomma, non capivo ma quel bacio iconico, leggero e complicato, lo avevo vissuto anni fa, quando, in una calda mattina d'estate m'innamorai di un regista cinese, di un Dj californiano e del loro bacio romantico.



Questione di equilibrio

Six Days è uno stupendo video-musicale frutto dell'incontro di due grandi artisti. Un piccolo gioiello, una ricerca stilistica che nella fluidità suono-immagine trova il suo punto di forza, un risultato visivo assolutamente originale.
Shadow si affida a Wong Kar Wai, uno dei suoi registi preferiti, per tradurre in immagini le suggestioni del leitmotiv: "...Tomorrow never comes until it's too late..."
Wong Kar Wai, che è un fun di Shadow, si avvale del celebre direttore della fotografia Christopher Doyle per tentare di creare un videoclip dalle atmosfere notturne e ossessive.

Un regista ambiguo, misterioso, dalle forme sensuali e mutevoli.
Un Dj eclettico, immaginifico, dal suond ricco e sofisticato.
Questo è Six Days.

Songwriter, american music producer, figura di spicco nello sviluppo dell'hip hop strumentale:
http:///www.djshadow.com

lunedì 21 aprile 2008

SoDasTReAm: HeAveN oN The EarTh


O Solitude! If I must with thee dwell

Perth, Australia dell'Ovest, Gennaio 1997: nascevano i Sodastrem, uno dei gruppi più influenti della scena indie-rock. Da più di dieci anni ci regalano atmosfere fiabesche e melodie suggestive in cui archi e voce trovano un equilibrio straordinario. Il duo australiano, scoperto da John Peel sin dai tempi dei primi Ep, possiede un'anima lo-fi dalla dolcezza acustica incantevole e ammaliante.

In questo bellissimo video il lirismo delle immagini sembra contemplare la semplicità dell'intreccio e la malinconia degli accordi. Heaven on The Earth; un'affresco folkeggiante, un'intimo grido di silenziosa solitudine.

O Solitude! If I must with thee dwell



O Solitude! If I must with thee dwell

Karl Smith (chitarra acustica, pianoforte, armonica, voce) e Pete Cohen (basso, contrabbasso), in arte Sodastream.

"...ma, in ogni caso, forse preferisco suonare le canzoni con una maggior dinamica musicale, [...] dove posso davvero dimostrare ciò che può fare il contrabbasso, da strumento quieto e gentile, che sostiene la melodia e il ritmo, a strumento che può urlare e stridere per il dolore e il dispiacere. E' proprio ciò che amo del mio strumento..."
Pete Cohen.

Buona Visione

mercoledì 16 aprile 2008



E' raro, in quest'epoca di incertezze trovare la classica "opera monumentale".
L'idea stessa di "monumentale" ci rende più inquieti che curiosi. Breve è bello, e in una realtà sempre più complessa e interconnessa, lo sforzo di entrare nelle profondità di tematiche scivolose come ghiaccio sembra quasi una fatica di Sisifo, con l'aggravante dell'autoinflizione dell'inutile sforzo da parte di chi provi a intraprenderlo.

Non è più tempo dei "De Rerum Natura", dei sistemi kantiani o dei libri troppo voluminosi, Foucault è morto da un pezzo, e con lui chi si prendeva la briga di studiare le archeologie e le microfisiche del potere e delle relazionie nel breve lasso di tempo che intercorre tra lui e noi il mondo è cambiato più di quanto molti si sarebbero potuti aspettare.
Tutto è più veloce, più compresso e dove c'è compressione non c'è posto per troppe pagine (e spesso,nemmeno per troppe idee).


Per fortuna nessuno deve aver avvertito William T. Vollmann di questa direzione che hanno preso le cose della letteratura, dal momento che mi sono trovato tra le mani l'incredibile "Come un'onda che sale e che scende" (e qui sono dovuti i ringraziamenti a Riccardo che me l'ha portato...), circa 950 pagine di pensieri su violenza, libertà e misure d'emergenza. E questo nell'edizione tradotta in italiano, che è una versione ridotta di quella originale composta di ben sette volumi...

Dalla prefazione veniamo a conoscenza che la tesi fondamentale dell'opera è che i valori morali possano essere trattati per certi versi come assoluti, per altri come relativi.

Cito volutamente questa descrizione ipersemplificata che a prima vista potrebbe apparire leggermente banale, come uno che cerchi di giustificare contemporaneamente due posizioni opposte, o che cerchi di definire scientificamente ciò che definibile non è.

In realtà il viaggio attraverso cui ci accompagna, ci permette di vedere attraverso i suoi occhi, dandoci il privilegio di osservare dietro-le-quinte aspetti diversi di società e individui diversi che gravitano tutti intorno alla parola violenza.
Riflessioni personali, citazioni e ricostruzioni di epoche passate, parole di accusa, rivendicazioni, brandelli di vita e di carne che ci scorrono davanti, vanno tutti a formare un quadro, che per quanto mobile e incostante, esplode di significati a ogni nuova pagina.

L'impressione che mi ha creato, più che un'onda (che è sicuramente l'immagine più poetica...), è quella di una montagna russa, sulla quale ci troviamo noi e lui.
La struttura della giostra, i "calcoli morali" come li chiama Vollmann, che sono molto simili tra loro, e a leggerli tutti elencati, non sono poi cambiati molto dagli inizi della società, ruotano e ci vorticano intorno, o forse siamo noi a muoverci intorno a loro, che in base alle bocche che li citano, diventano ultimo baluardo della difesa della propria vita o giustificazione delle peggiori e insensate atrocità.
L'autore ci accompagna in ogni angolo del mondo e del tempo, dall'arrivo di Cortéz in Messico, alla guerra di secessione americana, dalla Sarajevo paralizzata dai cecchini alle dekulachizzazioni sovietiche, da ogni episodio, da ogni rivoluzione, da ogni stupro e assassinio emerge un movimento oscillatorio che toglie la terra da sotto i piedi lasciando come unica certezza il dolore di chi la violenza la subisce.






COME UN'ONDA CHE SALE E CHE SCENDE


WILLIAM T. VOLLMANN


"STRADE BLU" MONDADORI


prima edizione italiana MARZO 2007


22 EURO (ed è veramente un piccolo prezzo per ciò che ne otterrete)




BUONA LETTURA A TUTTI

lunedì 14 aprile 2008

WeRNeR HerZoG: LeTztE WoRTe


"...Non dirò niente, non voglio dire nemmeno no, è la mia ultima parola..."



Ultime parole (Letzte Worte) è un documentario di Werner Herzog. Realizzato nel 1967, è stato girato in pochissimi giorni tra l'isola di Creta e l'isola di Spinalonga. Il cineasta si trovava in quei luoghi per le riprese del suo primo lungometraggio, Segni di vita (Lebenszeichen).




Letzte Worte (Ultime parole), 1967
Germania, 12’45”, b/n
Regia: Werner Herzog, Soggetto: Werner Herzog
Sceneggiatura: Werner Herzog, Fotografia: Thomas Mauch


...Uno sguardo sull'anziano suonatore di cetra...

Un'isola, quella di Spinalonga, un tempo usata come lebbrosario. La non-storia dell'unico abitante, superstite(?) di questa realtà, le radici umane (l'anziano suonatore per anni si era rifiutato di lasciare l'isola) violate dalle autorità (l'uomo, costretto ad abbandonare l'isola, si troverà realmente a vivere in un paese con l'unica cosa che gli rimane; la sua cetra).
L'anziano suonatore rappresenta l'deale paradosso, follia-realtà, della cinematografia di W. Herzog. L'uomo suona ma si rifiuta di parlare, un rifiuto che diventa appunto paradosso dell'assurdo quando inizia a ripetere "..non dirò niente di niente, non voglio dire nemmeno no, è la mia ultima aprola..".
Il surrealismo che caratterizza tutta la pellicola, dall'affabulazione del linguaggio alla forza evocatrice della fanatsia, sarà presente in tutta la cinematografia del regista bavarese.

Assurdo, immaginifico, spiazzante; Herzog continua a sconvelgere e chiudere le porte del reale.
Noi, invece, continueremo ad aprire gli occhi al suo cinema.

Buona Visione

NELLA PIETà CHE NON CEDE AL RANCORE, MADRE, HO IMPARATO L'AMORE.

 

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