sabato 31 maggio 2008

“Ho dimenticato Shakespeare e ho girato il film come se fosse una storia del mio paese”
(A. Kurosawa)
Il lungometraggio di Kurosawa trasporta il dramma shakesperiano nel Giappone delle guerre civili del XVI secolo. L’intensità stilistica, diversamente dal Macbeth di Welles in cui è il piano-sequenza a suggerire l’unità spazio-temporale, è dettata da una messinscena rigorosa e formale dove il Forte del Nord, il Castello e la Foresta rappresentano le tre principali unità d’azione di questa trasposizione.
Uno sperimentalismo visivo che prevale sulla linearità dei dialoghi e un montaggio che sottolinea la ripetitività ipnotica delle inquadrature fanno di questo film uno dei vertici della cinematografia shaksperiana e non solo.
Nella pellicola del maestro giapponese si possono trovare tutti gli elementi che differenziano un grande film da un capolavoro assoluto: una semplicità registica quasi disarmante, un’incredibile Taketoki Washizu (interpretato da Toshiro Mifune, attore feticcio di Kurosawa), nobile a cui viene profetizzata l'ascesa al potere e l'invincibilità fino a quando la foresta non si muoverà verso il suo castello. Il climax del film arriva proprio quando Washizu, in balia del proprio destino, si troverà realmente di fronte all’arrivo della foresta: l'esercito nemico che avanza proteggendosi con i rami degli alberi è un momento di cinema indimenticabile.

Come già accadeva nel film di Welles anche in Il trono di sangue l’interesse narrativo del regista si concentra nella seconda parte del film dove la caratterizzazione del protagonista si accentua e il tragico futuro a cui va incontro rappresenta la chiave di lettura del film: il simbolismo iniziale si evolve in un’allegoria figurativa, la m.d.p. più che suggerire riesce a catturare il “dramma interiore”, l’angoscia esistenziale è racchiusa nello sguardo di Washizu che sembra temere più le sue vittime che i nemici in carne ed ossa, la paura lascia il posto ad una follia che meglio non si poteva descrivere.
Questa soluzione è un ottimo esempio di come il cinema sfruttando la forza delle immagini riesca a risolvere e, a volte, superare i limiti narrativi della letteratura e della drammaturgia.
Il trono di sangue (Kumonosu-Jo, 1957, 110')
Regia: Akira Kurosawa
Il regista evita il confronto linguistico con Shakespeare, non si cimenta in un’operazione certosina che lo potrebbe indurre a banalizzare la grandezza del testo originale, forma ed espressione; questo è quello che conta. Scene e sequenze alternano inesorabilmente l’angoscia delle “ombre” dei due guerrieri che si confondono con e nella nebbia, un continuo entrare ed uscire da un incubo che solo in apparenza può sembrare meno efficace della “claustrofobica” soluzione visiva foresta-labirinto.
Un libero adattamento piuttosto che una trasposizione, molti critici hanno così (frettolosamente?) riassunto il lavoro di Kurosawa che, come solo i grandi maestri sanno fare, riesce a tradurre in immagini tante suggestioni che la poetica shakesperiana affidava originariamente ai dialoghi o addirittura ai monologhi; altrettanto coerente risulta l’eliminazione di alcuni personaggi di contorno e la “trasformazione” delle tre streghe in un'unica Parca.
La caratteristica più importante è forse l’esemplare realizzazione di una dimensione onirica, un non-luogo che ci restituisce la componente mitica del rapporto fra libertà dell’eroe e destino, una componente che affonda le sue radici nella tragedia classica.

(A. Kurosawa)
- Proponiamo il fantastico trailer del capolavoro di Kurosawa.
- Un film stupendo, la cui tensione formale è davvero più unica che rara.
Buona Visione
Etichette: CINEMA, KUROSAWA, SHAKESPEARE, VIDEO

2 commenti:
Molto bello questo tuo post, come tutto il tuo blog, Giulia
un film davvero straordinario: visto da poco, mi ha colpito tantissimo, come del resto capita con tutti i film di kurosawa...ad esempio il bellissimo ran, anch'esso ispirato a shakespeare, un autentico gioiello
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