giovedì 29 maggio 2008

ORsON WeLLeS: L'oSSeSSiOnE ShAkeSpEaRiaNa


"Il Macbeth di Orson Welles è un film maledetto, nel senso nobile del termine. Lascia gli spettatori sordi e ciechi, e credo proprio che le persone che lo apprezzeranno (alle quali io mi vanto di appartenere) siano molto poche. Welles ha girato assai in fretta questo film, dopo innumerevoli prove. Vale a dire che voleva preservargli il proprio stile teatrale, cercando di provare che il cinema può mettere la sua lente su tutte le opere e disprezzare il ritmo che si immagina essere quello del cinema. Il Macbeth di Welles ha una forza selvaggia e disinvolta.Con il capo coperto di corna e di corone di cartone, vestiti di pelli come i primi automobilisti, gli eroi del dramma si muovono nei corridoi di una specie di metropolitana di sogno, in scantinati distrutti dove l'acqua gocciola, in una miniera abbandonata. Nessuna ripresa è casuale. La cinepresa si trova sempre piazzata in luoghi da dove l'occhio del destino segue le proprie vittime".
(Jean Cocteau, 1950)

Welles nasconde i limiti produttivi con una stilizzazione accentuata, quasi esasperata, una lettura del Macbeth molto violenta se si considera soprattutto la riflessione visiva che il regista c’impone concentrandosi sugli incubi e sugli orrori che Macbeth vive in una decadente autodistruzione, figlia di quella sete di potere, che caratterizza l’ascesa al trono macchiata con il sangue e con l’inganno.
Welles rispetta le modalità sceniche e i tempi di Shakespeare, i movimenti della macchina da presa giocano un ruolo determinante all’interno dell’azione: i lunghi piani-sequenza che caratterizzano l’intero film accompagnano lo spettatore oggettivandone l’esperienza di visione: tempo diegetico (della storia) e tempo del film spesso coincidono, questo vuol dire che lo spettatore è chiamato a “testimoniare” ciò che vede piuttosto che colmare ciò che non vede, il regista di Citizen Kane sembra abbandonare quelle punteggiature filmiche (ellissi temporali e flashback) che caratterizzavano invece il suo primo film. Welles lavora molto sui dialoghi. Non inventa praticamente nessuna battuta, anzi molto spesso lascia che sia il testo originale ad integrarsi all’interno della sua macchina scenica, un lavoro di regia sempre al servizio dell’azione, esemplare, a tratti intensa se non eccessiva ma sempre in equilibrio con la riflessione, elemento tipico nella drammaturgia shakesperiana. L’abbondante uso dei monologhi è giustificato dal conflitto interiore che interessa al regista, Macbeth infatti si avvia lentamente ad una progressiva solitudine, una lenta disfatta in cui l’ambizione è letteralmente cancellata dall’incubo e dalla paura che il sangue versato per il primo assassinio non sarà né il primo né l’ultimo. Welles, interpretando personalmente il ruolo del protagonista, privilegia il personaggio di Macbeth riservando un’attenzione secondaria ma non superficiale agli altri ruoli.


MACBETH (Macbeth, USA 1947-48, 107')
Regia: Orson Welles

Il film procede secondo due linee ben definite: da una parte la stilizzazione dei costumi e il simbolismo scenografico garantiscono una teatralità indispensabile, dall’altra l’uso delle tecniche cinematografiche, che, come accade nella scena del banchetto, rendono possibile ciò che a teatro è irrealizzabile: la complessità dell’apparizione dello spettro di Banquo è fondamentale per capire la volontà originaria di Shakespeare, l’uso della soggettiva infatti rispetta l’ambiguità del testo (a teatro invece dovremmo risolvere il dilemma “mostrare o non mostrare?”), alternando la tecnica del campo e contro-campo lo spettatore ha l’impressione che il fantasma si manifesti solo a Macbeth e non al resto dei personaggi presenti nella scena. Sfruttando le risorse del teatro (una drammaturgia più verbale che visiva), e ricorrendo alle soluzioni tipicamente cinematografiche (la luce quasi espressionista, la nebbia della sequenza iniziale ripresa nelle ultime inquadrature in cui compaiono le figure delle streghe..) Welles riesce a trasmetterci quel senso di inquietudine, leitmotiv del film e dell’intera esistenza di Macbeth, affidando ad un lento logoramento fisico e spirituale* l’inesorabilità del tragico destino a cui non può più sfuggire.

Una regia alternativa per l’epoca, un’ardua sperimentazione visiva che pone l’accento sulle tecniche cinematografiche future. Insomma un grande film, un altro grande Welles ancora una volta in anticipo sui tempi. Illuminante a tal proposito risulta l’intervento di un’autorevole teorico del cinema: "Da tempo sosteneva che si poteva girare Shakespeare cavandosela con poco, a condizione di preparare minuziosamente la realizzazione con lunghe prove e girando quasi tutto di seguito, quando gli attori padroneggiassero a fondo le loro parti e i loro movimenti, con un'accurata regolazione delle luci.Insomma, quello che Welles stava per inventare avanti lettera, e senza che allora si fosse in grado di accorgersene, era la tecnica di regia televisiva".
(Andrè Bazin, 1950)

*Si pensi ai monologhi e alle paure che tormentano il protagonista, anche noi, insieme a lui, viviamo questo tragico destino: una decadenza dell’eroe che il regista enfatizza sottolineando il suo degrado esteriore, col procedere della storia l’aspetto di Macbeth e quello della sua dimora diventano sempre più repellenti.

- Proponiamo l'incipit della memorabile sequenza iniziale...

Buona Visione

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NELLA PIETà CHE NON CEDE AL RANCORE, MADRE, HO IMPARATO L'AMORE.

 

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